FuoriSerie

La serie Girlboss, la cui prima stagione sarà come d'uso per le piattaforme on line disponibile con tutti gli episodi (13) su Netflix a partire da domani, è quasi un biopic. Racconta, schiacciando l'acceleratore sui lati più posh della faccenda, la vera ascesa di Sophia Amoruso nel mondo della moda (la base è l'autobiografia della medesima).

Punti d'interesse? Una epopea commercial contemporanea che può piacere ai millennials (per identificazione) o a chi appartiene alle generazioni precedenti per curiosità verso questi ultimi. Di quella generazione la Amoruso infatti è un simbolo. Classe 1984 (come Zuckerberg), questa businesswoman ebbe l'intuizione di creare un negozio immateriale. Sarà infatti su Internet, e grazie alle potenzialità offerte dal web da eBay, per precisione che una ragazzina squattrinata senza qualità visibili (e pure con un pessimo carattere) riuscirà a costruire un impero da milioni di dollari (poi, peraltro, ufficialmente crollato causa bancarotta). La fiction esalta molto il versante della passione, nello specifico quella per i vestiti vintage, che effettivamente ha consentito alla Amoruso una ascesa eccezionale. Dal negozietto virtuale alla mega azienda di vestiario. E questa del resto è la ricetta dei millennials di successo: L'hobby che diventa lavoro (non è dato sapere invece quanti milioni di millennials ci abbiano sbattuto il grugno e malamente). La protagonista (incarnata da Brit Robertson) è raccontata a dire il vero con vena piuttosto superficiale e senza renderla simpatica. Ma non è affatto detto che sia un difetto della serie, potrebbe essere «verismo».