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Alla fine non è facile avere a che fare con la cronaca. Si rischia che i fatti siano molto più crudi e interessanti della fiction costruita sui fatti medesimi. È quello che capita a Baby,la serie Netflix ispirata dalla vicenda delle baby squillo dei Parioli. La serie è stata lanciata come uno dei cavalli di battaglia della piattaforma di streaming e per realizzarla si è messo assieme un cast robusto (c'è anche la brava Claudia Pandolfi), tre registi e addirittura un collettivo di sceneggiatori, i Grams.

Date le premesse ci si poteva aspettare qualcosa di dirompente, tipo Vacanze da sballo di Harmony Korine. O almeno qualcosa che ricordasse il più riflessivo ed estetizzante The Bling Ring di Sofia Coppola. Nessuna delle due cose. Per carità esagera chi, anche sui social, ha demolito la serie. È un prodotto medio, e si deve darle atto che non spinge troppo sul lato morboso della vicenda. Tanto che la polemica d'oltre oceano pare ridicola: il National Center on Sexual Exploitation degli Usa ha accusato Netflix di promuovere la prostituzione minorile attraverso la sua nuova serie. Bisogna essere davvero puritani per prenderla così. Baby è sin troppo innocua, quasi un teen drama.

Semmai il problema è che Baby ha dei dialoghi davvero polverosi, «telefonati». E delle inquadrature da fiction, un po' tirate via, da prima serata per canali generalisti (sia chiaro che ce ne sono anche di ben girate). Per carità, non si pretendeva da una serie la sagacia di Arbasino nella Vita bassa o la forza del Contagio di Walter Siti, ma almeno che non si trasformasse in un catalogo, sin troppo lungo, di luoghi comuni sul disagio. Senza poi il disagio indagarlo mai.