«Il futuro del rock è il passato Elvis? Più moderno di Dylan» l'intervista »

Persino gli inglesi non ci credono. Dopo anni di finte novità, finalmente una vera innovazione: il suono del futuro è quello del passato. Jake Bugg lo dimostra a modo suo: ed è la nuova rivelazione inglese con un bagaglio di canzoni che qualcuno chiama retrofolk e che hanno già venduto mezzo milione di copie solo in Gran Bretagna. Il più giovane debuttante al numero uno in classifica: 18 anni, superando i fenomenali Mumford & Sons: «Non ci potevo credere». A vederlo così sbarbatello, sembra Mick Jagger nel 1963 e ha gli occhi sottili della timidezza inesperta, quella che è lì lì per esplodere e diventare creativa debauchery. Non fa giri di parole e spesso neanche parole, ossia è taciturno come un eremita. E fuma, quanto fuma. Ma canta vecchio stile e anche gli americani, che se lo sono ritrovato come supporter di Noel Gallagher, l'hanno paragonato a a un giovanissimo Stone. «Vengo da Nottingham, e il brano che mi ha fatto capire che sarei diventato musicista è stato Vincent di Don McLean», spiega lui a occhi chiusi.
In copertina il Sunday Telegraph si chiede se lei sia il futuro del rock.
«Che domanda. Di certo penso che il futuro del rock arrivi dal passato».
Pare una vecchia cariatide.
«Figurarsi. Su di un giornale mi hanno definito come un “Bob Dylan dell'East Midlands” (la zona in cui è nato - ndr) ma è venuto soltanto da rispondere che lui certo è un grande ma non è una mia grande influenza».
Si spieghi meglio.
«Credo che Johnny Cash o Donovan o Elvis o addirittura Robert Johnson oggi siano più moderni di lui, con ritmi molto più innovativi. E mi piacciono pure di più».
Idee chiare.
«Prendo ispirazione un po' da tutti, dagli Alice in Chains e Oasis fino a Muddy Waters».
Agli inglesi piacciono i suoi testi.
«Dicono che sono diverso da tutti. Ma forse sono il più uguale degli altri. Solo che abbiamo perso la memoria del passato».
Il suo brano Two fingers ha avuto anche una nomination all'Ivor Novello, il più importante premio inglese per scrittori e compositori.
«Vorrei che i miei brani fossero piccoli racconti. O copioni di film: ad esempio il brano Ballad of Mr Jones potrebbe diventare una fiction».
L'ha scritta apposta?
«Ma no, scrivo e faccio ciò che mi piace (se posso). Ad esempio, a scuola saltavo spesso le lezioni e mi nascondevo in palestra a giocare a ping pong. Solo dopo ho capito che sbagliavo».
Vita di provincia.
«Ho sempre viaggiato pochissimo, la mia vita era a Nottingham e quindi si poteva muovere solo la fantasia. Attraverso libri o televisione».
Dopo averla ascoltata al Tonight Show di Jay Leno gli americani l'hanno definita «un fulmine a ciel sereno».
«È il riferimento al titolo di una mia canzone. E pensare che prima di questo successo io non ero mai andato fuori dall'Inghilterra. Prima se giravo l'isolato di casa, non mi guardava nessuno. Adesso pare che tutti mi conoscano ovunque».
Occhio al successo: spesso stordisce.
«Lo immagino. Però io ho imparato la lezione dei grandi musicisti che ascolto e riascolto ogni giorno: molti di loro si sono fatti macellare dalla gloria improvvisa e sono stati schiacciati dallo stress».
Quindi?
«Voglio evitare: perciò mi concentro sulle nuove canzoni. A novembre uscirà il prossimo disco. Alla fine, dagli eccessi di Beatles e Rolling Stones vogliono prenderne uno solo: quello di incidere un disco dopo l'altro».


Jake Bugg