Con Garbo alle origini del punk italiano

Libro e cd raccontano l'androgino cantante che, mentre impazzavano Dalla e De Andrè, aprì le porte alla new wave

Gli anni ottanta vivono e lottano con noi, lo spiega in modo chiaro Michele Monina nel recente libretto Con Garbo (Crac Edizioni), eterodosso omaggio al cantante new wave di A Berlino va bene. Il libro si apre con una prefazione di Francesco Bianconi dei Baustelle: sia Monina sia Bianconi citano il Sanremo in cui Garbo canta Radioclima come l'inizio di una loro personale crescita estetica. Grazie all'emaciato androgino Garbo entrambi vedono finalmente un cantante di Sanremo che sembra parlare davvero a loro (poco più che ragazzini), e tutti e due, ammettono, non sono ancora del tutto usciti dal tunnel di quel decennio al neon.

In Italia gli anni cruciali tra il 1977 e il 1981 sono stati schizofrenici, dal punto di vista musicale. La discografia ufficiale puntava tutto sulla prosecuzione del filone dei cantautori: Dalla, De Gregori, De Andrè, Bennato; i più originali alla fine erano Vasco Rossi e Renato Zero, ma non c'era niente di simile al post-punk d'oltremanica. Quello era tutto in mano all'underground più esoterico, alle etichette strampalate della provincia. A dire il vero esisteva uno sparuto gruppo di quasi pionieri, nascosti tra le pieghe delle major. Gente che ci teneva parecchio a distinguersi dai cantautori. Testi e musica andavano in tutt'altra direzione: la Germania e l'Inghilterra in testa. La Germania dei Kraftwerk e di Conny Plank e l'Inghilterra dei Roxy Music, degli Ultravox e del sempreverde David Bowie. La triade sacra, per i new waver italiani, era: Krisma, Faust'O e, appunto, Garbo. Erano strani animali, quelli: si muovevano come alieni in un mondo che comprendeva anche tour promozionali e comparsate in televisione con i vari Sandro Giacobbe e Ricchi e Poveri. Provavano a uscire dallo schema italico della canzone. Il loro non era nemmeno rock, era un prodotto ibrido influenzato dal punk e dall'elettronica tedesca. La critica spesso li incensava ma, alla resa dei conti nei negozi, si capiva che «la gente» non era dalla loro parte.

Garbo, il più giovane della triade, spuntò dal nulla nel 1981 con A Berlino va bene, gelida canzone new wave per eccellenza. Ne parlò per primo Carlo Massarini in tv a Mister Fantasy e a tutti venne naturale ribattezzarlo Il David Bowie italiano. Del Bowie berlinese, Garbo aveva indubbiamente il vocione profondo, l'aria malaticcia e mitteleuropea anni '30 e gli arrangiamenti elettronici. Lo vedevi a Domenica In, elegante e immobile come un manichino, poi lo vedevi al Festivalbar, sempre fuori luogo, sempre diverso da tutti gli altri. Malinconico, esistenziale, esteticamente retrò e futurista insieme, era l'esatto contrario del cantautore cespuglioso in giubbotto di jeans.

Il libro di Monina contiene un cd che ci permette di andare alle origini del fenomeno Garbo: sono infatti i suoi demo dal 1975 al 1979, mai pubblicati prima. Il Garbo pre-esordio sembra avere un debole per Lou Reed: più che cantare recita poesie urbane lontane anni luce dai testi dei cantautori dell'epoca su basi di punk-rock nervoso e tagliente. Garbo era già Garbo prima di cominciare: un prodotto inclassificabile secondo i criteri del gusto italico. Ci si può chiedere allora: uno così, che trent'anni fa sembrava strano, adesso com'è? Continua a sembrare strano, come se fosse un destino inscritto nel suo dna. Continua a scrivere, incidere e produrre, sempre nel solco della ormai vecchia avanguardia. Ha archiviato con aplomb i suoi flirt passeggeri e non sempre entusiasmanti con la letteratura (negli anni novanta fu brevemente l'icona pop di un gruppo di scrittori come Aldo Nove e Tiziano Scarpa), ha incassato tributi musicali dalle generazioni più giovani, ha visto piano piano sparire la discografia così come si era abituati a conoscerla, si è stabilito definitivamente nella quiete della campagna comasca e da lì intrattiene rapporti diretti con i suoi tanti ammiratori tramite i social network. Resta memorabile una recente lite online con l'altro guru new wave italico, Fausto Rossi, un tempo noto come Faust'O: i due si sono scambiati messaggi di fuoco via via sempre più feroci (con accuse reciproche di nazismo, come succede spesso sul web) per una questione nata, pensate un po', dal fatto che a Fausto piace di più Paul McCartney e a Garbo John Lennon. I fan hanno assistito deliziati a tanta furia agonistica per un dissapore musicale antico come il rock, un dissapore che però - nella sua banalità - ha evidenziato impietosamente il limite più grande di quella stagione musicale italiana: la derivazione totale dai modelli stranieri, l'essere rimasti fan prima che artisti.