Garbo, ironia e seduzione. Il grande Marcello è la vera icona dell'Italia

Il nostro attore più amato all'estero, a vent'anni dalla morte, è un simbolo di buongusto e serietà

Non aveva la cupezza altera di un Gassman, le strizzate d'occhio di un Sordi, la paura di invecchiare di un Tognazzi, la puntigliosità contadina di un Manfredi. C'era invece questa languida animalità di una bellezza senza angoli oscuri, questo andare sul set come si va in banca o alla posta, questa capacità di staccare fra professione e vita privata. Rispetto agli altri grandiosi colonnelli del cinema italiano Marcello Mastroianni, di cui ricorrono adesso i vent'anni dalla morte, in fondo ha sempre fatto vita a sé: non ha incarnato i tic dell'italiano medio, non ha creato uno stereotipo, non ha cavalcato un personaggio. Paradossalmente, l'attore non ha mai preso il sopravvento sull'uomo in carne e ossa, paradossalmente l'uomo in carne e ossa è riuscito ad essere altrettanto rappresentativo nella vita quanto lo era sullo schermo.

Pietro Germi disse di lui che aveva «le caratteristiche dell'italiano senza però il provincialismo e il folklore» e la frase, visto anche da chi è stata pronunciata, ha un suo peso e suona a conferma di un modo di essere e di comportarsi senza sbavature, all'amore per le cose fatte bene e senza farlo troppo pesare, a un pudore e a un orgoglio mai esibiti eppure presenti. E certo, ci poteva anche essere spazio per un bonario, romano menefreghismo, frutto più della consapevolezza di tare antiche che della volontà di approfittarsi. Mastroianni non si è inventato un passato resistenziale, lui che, da militare, al nord c'era stato nemmeno ventenne, al seguito dei tedeschi dopo l'Otto settembre, non si rifugiò mai nell'alibi dell'attore impegnato, non firmò manifesti né proclami ideologici: negli anni Sessanta fu il giornalista in crisi di La dolce vita così come il cinico e stupido Fefè Cefalù di Divorzio all'italiana; nei Settanta fece La grande abbuffata, cibo, sesso e morte, e Una giornata particolare, l'omosessualità come ultima dignità; negli anni Ottanta Ginger e Fred, la volgarità irresistibile della televisione... Ebbe una vita piena, sempre la stessa moglie, e naturalmente molte donne, peccatore per debolezza più che per convinzione. Fuori dal set non parlava male dei colleghi e parlava poco di se stesso. Dove lo ritroviamo uno così? Ecco perché ci manca uno così...

Sarà anche vero che ormai nemmeno la nostalgia è più quella di un tempo, siamo divenuti tutti più cinici, più rancorosi, più apocalittici: e tuttavia, ogni volta che in immagini di repertorio, in spezzoni di interviste, appare il suo volto, si risente la sua voce è come se un effetto Marcello, ottimistico, allegro, poco portato alle polemiche, fuoriesca dallo schermo, la vita come gioco, il gioco della vita, l'avventura umana e professionale di un italiano vero, ma non folcloristico. Uno che, facendo seriamente le cose, non aveva bisogno di prendersi sul serio.

Figlio d'artisti, più che figlio d'arte, nonno e padre ebanisti, zio scultore, il fratello montatore cinematografico, nato in provincia, a Fontana Liri, ma fin da ragazzino vissuto a Roma, più che il sacro fuoco dell'Accademia dell'Arte, il suo essere attore gli derivava dall'infanzia, dai piccoli teatri parrocchiali, dalla vicinanza di casa con Cinecittà, e quindi dall'essere fin da ragazzo, grazie alla mamma di un amico che lì gestiva la mensa, una presenza quasi familiare negli studi cinematografici. Andare a Cinecittà era come andare al circo e fare parte del circo, inventare, giocare, lasciarsi guidare.

Dei centosettanta film girati nell'arco di una carriera durata quasi mezzo secolo, quello che di Mastroianni continua a sorprendere è la versatilità straordinaria, un gusto quasi a moltiplicare i ruoli e le facce: il prete e l'impotente, l'uomo incinto e l'omosessuale, il fallito e l'assassino. «Senza voler apparire snob disse una volta in un'intervista- i francesi indicano con il verbo jouer, giocare, il mestiere di reciter, recitare. E giocare vuol dire proprio divertirsi, essere un ragazzino ai giardini pubblici: io faccio il poliziotto, tu fai il ladro... Spiegato così è tutto più bello». E la sua vita è stata proprio questo, la vita di un eterno ragazzo flaneur, di una specie di Oblomov di Cinecittà per il quale andare sul set significava divertirsi. E come ogni ragazzo che si rispetti, Mastroianni ha sempre giocato seriamente, con attenzione e con puntiglio, con determinazione. «Recitare a teatro disse una volta a Nikita Mikhalkov che lo aveva diretto nello struggente Ocie Ciornie - ti dà il senso della verità e del pericolo. Quando si entra in scena e si vede il pubblico, si ha l'impressione di arrivare in una casa dove c'è una festa, senza essere sicuri di essere stati invitati».

È stato il miglior ambasciatore che l'Italia repubblicana abbia avuto e se si guarda oltralpe, alla Francia, la sua popolarità che lì confina quasi con l'usucapione merita una riflessione in più. Certo, a spiegarla c'è il fatto di essere stato il compagno di una delle attrici più amate di Francia, Catherine Deneuve, di aver avuto da lei una figlia, Chiara, nata a Parigi, di aver vissuto in questa città e di esserci morto, il 19 dicembre di vent'anni fa, appunto. Ma c'è un altro elemento più sotterraneo e psicologico che vale la pena sottolineare, ovvero che Mastroianni è in fondo l'italiano che i francesi vorrebbero essere, naturalmente elegante, seduttore suo malgrado, bon vivant senza eccessi, per nulla competitivo perché conscio del proprio valore, indolente per autodifesa, innamorato della vita. È questa immagine a spiegare anche la passione italiana dei francesi, passione che spesso ci sembra incomprensibile e comunque immeritata: ci vorrebbero come lui, si illudono che siamo come lui, non rinunciano all'idea che, volendo, saremmo come lui. E per questo ci invidiano. Poco importa se l'immagine sia vera o falsa, a loro appare verosimile e si accompagna con il corteo dei vestiti ben tagliati e ancora meglio indossati, dell'arte del vivere e delle città d'arte, dell'amore e della seduzione. Marcello ci avrebbe ironizzato sopra: «Latin lover è un titolo ridicolo e poi non mi sono mai piaciuto. Non è falsa modestia, è la verità: al cinema ho sempre cercato di scomparire, ho ironizzato sull'aspetto fisico, fatto parti da vecchio molto prima di divenirlo. Quanto alle donne, certo, mi hanno dato molto amore e forse io non l'ho ricambiato abbastanza. Però, vedete, questo è dovuto alla natura dell'attore, che vuole essere sempre al centro dell'interesse. Un enfant gaté dicono francesi, un ragazzo viziato...».