Genio, alcol e fucili. Vite (e opere) magnifiche di cantanti maledetti

Buscaglione si schiantò all'apice del successo. Nino Ferrer si sparò al petto. Endrigo morì di dolore

Sono stati grandi artisti e, illuminati dai riflettori, hanno segnato le strade del costume e della musica dei '50, '60 e '70. Alcuni di loro sono stati definiti poeti, comunque personaggi capaci di descrivere bellissime traiettorie nel cielo della memoria. Eppure sono finiti male, dimenticati, emarginati, morti troppo presto lasciando comunque un manipolo di canzoni immortali. Sono il gangster alla Barbera Fred Buscaglione, il tormentato anarchico Piero Ciampi, il disilluso Sergio Endrigo, il timido cantore di sentimenti Herbert Pagani e il picaresco avventuriero Nino Ferrer, protagonisti del bel libro in agrodolce di Enzo Gentile Lontani dagli occhi (Laurana editore). Cinque storie che incrociano le vette della fama per poi precipitare negli abissi, «come se l'avvento di un virus misterioso - scrive l'autore - avesse fatto irruzione nei rispettivi mondi, fino a presentare il prezzo da pagare».

Che bomba fu - sul finire dei '50 - quella simpatica canaglia con ciuffo e baffetto, che beveva whisky (anche se a volte era the) e cantava «Vive laggiù in America/ la bella Marilyn/ che ancheggia assai più morbida/ di un ritmo medium swing». E non era neppure un ragazzetto Fred Buscaglione, che andava per i 40 anni, età che all'epoca si avvicinava al mondo serioso degli anziani. Insieme a Leo Chiosso scrisse e cantò un pugno di canzoni indimenticabili ispirate dal jazz che aveva imparato ad amare a Cagliari, dove nel '43 fu prigioniero delle truppe alleate. Per cucire uno dei repertori più originali della canzone italiana e conquistare pubblico e critica a Buscaglione bastarono quattro anni. Guadagnava un milione a concerto, flirtava con donne come Anita Ekberg, Scilla Gabel, Maria Grazia Buccella... ma chi lo conosceva bene ricorda un artista che rischiava continuamente di «restare prigioniero di un clichè». Infatti viveva da solo all'Hotel Rivoli di Roma, dove si stava dirigendo all'alba di quel 3 febbraio 1960 quando si schiantò con la sua incredibile Ford Thunderbird rosa targata TO288788, una morte simile a quella del re dei playboy Porfirio Rubirosa, morto a Parigi a bordo della sua Ferrari...

Dev'esser stata dura la vita per uno che ha cantato (e non era un modo di dire), «in questa vita io sono uno straniero»... Aveva scritto «poeta» sul passaporto e «musicista» sulla carta d'identità Piero Ciampi, irregolare per vocazione e anarchico per impeto, cantautore di culto ricordato oggi solo dagli addetti ai lavori e da un premio cantautorale che porta il suo nome. Un'esistenza sofferta e sofferente la sua, una carriera lanciata da dischi come Piero Ciampi (1971), Premio della Critica di quell'anno, ma poi troncata dal mal di vivere e dalle smisurate bevute «che non toglievano mai la sete - come disse il direttore della Rca Ennio Melis -; beveva sempre e tanto, cosciente del proprio annientamento, quasi voluto».

Vinse il primo Sanremo del dopo-Tenco (1968) con Canzone per te (con la tragica frase «la solitudine che tu mi hai regalato/ io la coltivo come un fiore»), collaborò con De Moraes, Ungaretti, Rodari e fu uno dei massimi cantautori degli anni '60 Sergio Endrigo, poi emarginato per oltre vent'anni con indicibili sofferenze (la figlia racconta che si ammalò e morì anche per una componente psicosomatica) che non ebbe pietà della sua intelligenza e della sua educazione.

Si è sparato un colpo di fucile al petto nella campagna francese Nino Ferrer; molti anni prima di Kurt Cobain manifestò il suo mal di vivere nonostante la fama di playboy (leggendario il suo flirt con Brigitte Bardot) e quella di re del soul bianco italo-francese (lui che era nato a Genova ma spopolava Oltralpe) con La pelle nera e brani quali Agata, Donna Rosa o Il re d'Ingh ilterra con cui partecipò a Sanremo 1970. È definito «un bolide lanciato a tutta velocità sulle strade della canzone» e ha cercato per tutta la sua carriera di esplorare nuove vie per cancellare quelle canzoni popolari che gli erano divenute insopportabili.

Difficile raccontare in poche righe la sensibilissima poetica di Herbert Pagani, pittore, pionieristico dj di Radio Montecarlo ma soprattutto autore di pagine sensuali e candide. Celeberrima la sua Albergo a ore (originariamente Les amants du jour cantata da Edith Piaf) portata al successo da cantanti come Paoli e la Vanoni. I suoi show erano di alta qualità come Conce rto d'Itali e, di cui Aragon disse: «Ho la sensazione che Pagani abbia inventato un nuovo genere di canzone».