"Ghost in the Shell", da cult a fantascienza d'intrattenimento

La versione live action dello storico anime ne tradisce la profondità di contenuti per privilegiare l'esperienza visiva ed essere accessibile ad un pubblico più vasto

La versione live action di "Ghost in the Shell", produzione americana girata da Rupert Sanders e ispirata al celebre doppio anime di Mamoru Oshi e al manga di Masamune Shirow, è nei cinema pronta a sbancare il box office e a deludere, almeno in parte, i fan storici del franchise. Per arrivare a un vasto pubblico, infatti, il film semplifica il messaggio esistenziale delle opere originarie e si concentra sul versante visivo, proponendosi come pellicola di mero intrattenimento, tesa a regalare un'esperienza videoludica appagante.
In un futuro remoto, in cui gli esseri umani sono in grado di amplificare le proprie capacità per mezzo di impianti cibernetici, viene creato dalla dottoressa Ouélet (Juliette Binoche) un cyborg dotato del cervello di un essere umano, il Maggiore Mira Killian Kusanagi (Scarlett Johansson). Esemplare unico nel suo genere, Mira è una sorta di macchina da guerra, operativa della task force Sezione 9, agenzia che combatte il cyberterrorismo. Durante la caccia all’enigmatico hacker Kuze (Michael Pitt), scoprirà tracce del proprio passato che manderanno in frantumi molte sue certezze.
Il film nasce come una commistione tra anime giapponese e blockbuster hollywoodiano, unisce spettacolo e sfumature riflessive, alterna momenti adrenalinici ad altri investigativi. Le scene di combattimento sono efficaci, gli effetti digitali all'altezza e il ritmo sempre incalzante.
Riguardo alla performance di Scarlett Johansonn, non è particolarmente impegnativa dal punto di vista espressivo: l'attrice è comunque brava a lasciar intravvedere dubbi e tormenti che attraversano lo sguardo da dura del suo personaggio.
L'opera di Sanders ha nello shell (il guscio), dall'estetica ipertecnologica e futuristica, uno dei punti di forza ma è nell'oblio cui condanna molti degli interrogativi che erano la colonna portante delle opere-madre che sembra smarrire un po' l'anima, il ghost.
Anche se "Ghost in the Shell" si presenta come fantascienza da popcorn, munita di pallidi intermezzi riflessivi anziché della poesia criptica e della natura mistico-trascendentale originarie, rende comunque accessibili, agli spettatori a digiuno degli illustri precedenti cinematografici, blandi contenuti filosofici che potrebbero allettare alla visione di titoli di genere più impegnativi. L'augurio è che le tematiche di "Ghost in the Shell" possano condurre quanti più Millennials possibili a scoprire capolavori che è probabile non abbiano ancora visto, come "Blade Runner" (di cui quest'anno uscirà il seguito) e "Matrix".