Giovanni Amendola e l'ascesa del fascismo

Giampietro Berti

Il momento più drammatico, e definitivamente rivelatore, dell'avvento del fascismo in Italia è rappresentato dal biennio 1925-26, quando prende avvio il regime dittatoriale con il varo delle «leggi fascistissime». I problemi, le ansie, le speranze e gli sconforti generati da questa svolta si rinvengono nel mondo liberale e democratico, come appare nello scambio epistolare tra Giovanni Amendola e decine di esponenti di questo universo politico, tra cui Luigi Albertini, Guglielmo Ferrero, Meuccio Ruini, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti, Luigi Einaudi, Giulio Alessio, per ricordare solo i più noti. Lo documentano le oltre quattrocento lettere scritte da Amendola e i suoi corrispondenti pubblicate a cura di Elio d'Auria: Giovanni Amendola, Carteggio 1926-1926 (Rubbettino, pagg. 780, euro 29). Una raccolta imponente, che contribuisce a fare ulteriore luce sull'atteggiamento dell'opposizione antifascista.

Amendola, ricordiamolo, era allora uno dei maggiori esponenti del liberalismo italiano e tra i maggiori oppositori al fascismo. Fu il primo a definirlo un movimento totalitario. Amendola rifletteva i fondamenti più classici del pensiero liberale in direzione di uno sviluppo democratico, volto a favorire il progressivo inserimento delle masse popolari nella vita dello Stato. Naturalmente era del tutto consapevole della necessità di evitare che un partito, o una coalizione di partiti, si trasformassero nella tirannia della maggioranza. Risultava perciò indispensabile ribadire il valore del metodo liberale di governo, consistente nel garantire la vita alle minoranze nel quadro generale dello Stato di diritto. Dalla lettura di questo carteggio appare evidente la consapevolezza di Amendola, e dei suoi interlocutori, circa l'assoluta priorità di difendere lo Stato di diritto. Ovvero la necessità, di fronte all'attacco delle forze eversive di destra e di sinistra, di incanalare l'azione politica lungo le vie della legalità costituzionale. Ma appare altresì evidente lo sbandamento del mondo liberale, che risulta impotente a fermare lo sgretolamento delle istituzioni rappresentative per l'incapacità dei partiti di affrontare i problemi del Paese. Di qui il conseguente discredito dell'istituto parlamentare e il crescente consenso al fascismo.