Il «giusto» mezzo fra umanità e moderazione

Daniele AbbiatiPotremmo cavarcela con una battuta: da giornalista, non ebbe difficoltà nel mettersi a raccontare favole. Walter Benjamin, invece, parlava seriamente. E scrisse: «Ci sono pochi narratori che abbiano mostrato, come Leskov, un'affinità così profonda con lo spirito della favola». La favola può assumere i connotati della parabola, cosa che nella produzione di Nikolaj Semënovic Leskov (1831-95) avviene spesso e volentieri, basti pensare alla sua galleria dei Giusti, che tanto affascinarono, fra gli altri, Maksim Gor'kij: «Dopo il maligno romanzo A ferri corti la creazione letteraria di Leskov diventa subito chiara pittura, o meglio, pittura di icone, egli comincia a creare per la Russia l'iconostasi dei suoi santi e dei suoi uomini giusti».Del «pittore» Leskov il «quadro» più nitido e arioso è L'angelo sigillato, datato 1873. Leggerlo oggi, con la mente disturbata dai tre Ocean's griffati George Clooney, fa pensare a un «colpo» non da milioni di dollari ma da una manciata di cuori. I cuori degli operai impegnati nella costruzione di un ponte sul Dnepr, i quali si trasformano in ladri per restituire a se stessi il maltolto: un'icona, appunto. «Senza tre giusti una città non può esistere», diceva Leskov. Ed eccoli qua Tre giusti, tradotti da Paolo Nori (Marcos y Marcos, pagg. 253, euro 13). L'angelo sigillato, racconta a distanza di anni uno dei protagonisti, era una guida spirituale per quel gruppo di «vecchi credenti» capeggiati da Lukà. Ma poi girò la voce secondo cui possedeva poteri taumaturgici e i funzionari della vicina città, preoccupati per l'ordine pubblico, lo sequestrarono e gli sigillano l'incantevole volto. Che fare? Chinare la testa e tornare al lavoro? Mai. Quando il gioco si fa duro, i giusti incominciano a giocare. Favola e parabola, dunque, e se vogliamo anche «giallo spirituale». Se il finale sia lieto o meno, non diremo. Ma è importante sapere che il racconto lascia aperta la dialettica fra vecchi e nuovi credenti, fra integerrimi custodi dell'ortodossia e moderati che scendono a patti con i tempi che cambiano.Una dialettica vissuta dallo stesso Leskov, nato incendiario e morto pompiere. Questo per ciò che riguarda il versante religioso, mentre in politica il Nostro fu sempre un conservatore, pagando dazio nei confronti della critica militante. Fu la sua reazione ai fattacci del 1862, quando a Pietroburgo (dove si era trasferito l'anno prima proveniente da Kiev) si verificarono vari incendi di chiara marca nichilista, a firmare la sua condanna presso i progressisti della capitale. «La polizia deve conoscere meglio di noi queste voci e su di essa pesa il dovere di dire in proposito il proprio parere, se vuole godere della fiducia della società e del suo appoggio», si lesse il 30 maggio in un articolo anonimo su L'ape del Nord. La firma non serviva. Tutti sapevano che l'invettiva era di Leskov, tanto ardito da prendere per il bavero il potere costituito e richiamarlo alle sue responsabilità.Strano tipo di conservatore, Leskov, parente povero della letteratura russa dell'Ottocento, che negli anni Ottanta si rifugiò sotto l'ala protettiva di Tolstoj: «Dopo aver capito la sua enorme forza - scrisse -, ho buttato il mio lampioncino ed ho seguito il suo fanale». Più di molti demagoghi, fu sempre dalla parte del popolo o quantomeno dei vinti, come si vede in Una famiglia decaduta, ora riproposto da Fazi (pagg. 286, euro 16, trad. Flavia Sigona). Vinti come la donna adultera di A proposito della Sonata a Kreutzer, la seconda «giusta» della raccolta, colpita dalla crudele punizione del Fato. E vinti come L'uomo di sentinella, il terzo «giusto», il quale abbandona il turno di guardia per salvare un uomo che sta annegando. Perché per Leskov il dovere della bontà la spunta sempre su quello del soldato, del contadino, del principe. E dello scrittore.