Godard come sempre non c'è. Ma il suo film purtroppo sì...

Dieci minuti di applausi del solito pubblico conformista per "Adieu au langage". Ultimo capitolo di una carriera morta in culla 40 anni fa

da Cannes

«Vi dico che non sono io il regista del mio film». «Toglietegli il sonoro, e il film è migliore. Ascoltatelo senza vederlo, e sarà ancora meglio». «I film sono di chi li gira. Nessuno ha il diritto di proiettarli contro la volontà del suo autore»...

Lo riconoscete? Ma sì, è il paradosso secondo Jean-Luc Godard, istrione e filosofo, dandy e demagogo, ciarlatano e seduttore. È tornato a Cannes all'età di 83 anni, ha smesso di fare film interessanti almeno quarant'anni fa, un giovane d'oggi non sa neppure chi sia, un ex ragazzo degli anni Sessanta giura ancora sul suo genio. Ha inventato la Nouvelle Vague ancor prima di finire dietro una macchina da presa, quando era solo un critico dei Cahiers du Cinéma. Il contratto per À bout de souffle, il film con cui esordì, lo firmò sul tovagliolo di un ristorante di Cannes, lo stesso anno che il suo amico François Truffaut sbancava il Festival al suono dei Quattrocento colpi. Era il 1959, l'anno dopo uscì il suo film-manifesto della nuova modernità, talmente citato, esaltato e coccolato che, nonostante fosse già nelle sale, venne proiettato qui fuori concorso. Da allora, sulla Croisette è stato invitato almeno venti volte, sei dei suoi film sono stati in gara per essere premiati, non ha mai vinto, ma è ancora il miglior biglietto di presentazione di una rassegna che fa del cinema la propria ragione di vita. «Al Festival sono disposto ad arrivare sino alla morte. Ma non oltre».

Il paradosso Godard sta anche in questo: ribelle eppure con le spalle coperte, un po' intellettuale di destra per quelli di sinistra, e viceversa, anarchico e bon vivant, esibizionista sempre. Occhiali scuri, vestiti su misura e sigarette Boyard nel suo primo periodo; occhiali chiari, sigaro da produttore, tweed e barba lunga nel secondo; un patriarca che se ne frega di come veste, mal rasato e bofonchiante in quest'ultimo che è il terzo e probabilmente l'ultimo.

C'è stato il tempo in cui in francese Godard faceva rima con star, poi, cinefili a parte, sempre più si è cominciato ad abbinarlo a ringard, che sempre in francese sta per fallito. Anche qui, lui se ne frega. Dopo À bout de souffle, Le Petit soldat, Le Mépris, Bande à part, Pierrot le fou, in fondo di lui si cominciarono a perdere le tracce. Per Le Mépris, tratto dal Disprezzo di Alberto Moravia, e dove Brigitte Bardot era l'immagine più perfetta, nuda e disarmata della divinità femminile, una sorta di tabernacolo pagano esposto sulla terrazza di Villa Malaparte, a Capri, e dove Jack Palance recitava in inglese, Fritz Lang in tedesco, Michel Piccoli in francese, Carlo Ponti, che era il produttore, decise di tagliare la testa al toro doppiando tutti. Il risultato fu che l'attrice che nel film faceva l'interprete, traduceva in italiano quello che loro, per volontà superiore della produzione, dicevano nella stessa lingua: il film involontariamente più godardiano mai visto.

Je vous salue, Marie, è del 1985. Prima c'erano stati Prénom Carmen e Sauve qui peut (la vie), per non parlare dell'imbarazzante western maoista Le vent de l'Est, firmato con il nome del collettivo Dziga Vertov, o di Ici et ailleurs, a metà degli anni Settanta, sui campi d'addestramento dei feddayn. Fu per eccellenza il suo periodo più gauchiste (venne definito allora): difficile sostenere che sia stato il suo periodo migliore, difficile sostenere che dopo ci sia stato altro.

Eppure la sua presenza qui, non in carne e ossa, perché un mito meno si vede e più si illumina, significa ancora credere al provocatore e alla provocazione. Non per nulla la coda per vedere il suo film è cominciata due ore prima della proiezione, non per nulla alla fine c'è stata una valanga di applausi e le grida isteriche di entusiasmo di chi, pur non avendoci capito niente, era convinto di aver capito tutto.

Del resto, un titolo come Adieu au langage permette tutte le speranze. Ci sono un uomo e una donna che si incontrano, si amano, litigano, un cane che erra fra città e campagna, le stagioni che passano, loro che si ritrovano, cane compreso, si riparte da capo e la metafora è che finirà tutto in un abbaiare e in grida infantili. Fra uomo e donna, dice nel film, l'eguaglianza può esistere solo al gabinetto, il che ricorda il Montaigne che ammoniva a non esaltarsi, visto che si è tutti seduti sul proprio buco di... Che da ciò, per lui, Godard, non Montaigne, è un passo breve. Collage, cut-up e mixage di parole, immagini, estratti di film e di materiale d'archivio, flusso di citazioni, sonoro da ridare l'udito al sordo più incallito, musica classica, canzonette e canti partigiani, il tutto filmato in 3D, e quindi trionfo assoluto della forma-immagine, Godard dà con questo film il suo addio al mondo. «Siete pieni di gusto della vita. Io sono qui per dirvi no e per morire».