"Gotti", il film sulla mafia che la critica stronca ma il pubblico applaude

John Travolta è il padrino nell'opera "rifiutata" dai cinema americani e contestata da Joe Pesci

Questa è a storia di un film difficile. Gotti, che vede protagonista John Travolta nei panni del boss di Cosa Nostra a New York John Gotti, è arrivato nelle sale americane dopo una gestazione piena di ostacoli durata ben sette anni e ora le difficoltà non sono finite. Il regista Kevin Connolly, John Travolta e il resto del cast (Kelly Preston, Stacy Keach) hanno infatti dovuto affrontare le feroci recensioni della critica. Per il New York Times il film è solo un caos vergognoso, per il New York Post si tratta del peggior film mai fatto sul tema mafia. Qualcuno, come Rolling Stone, salva l'interpretazione di Travolta, ma il giudizio della stampa specializzata è unanime: il film è un disastro. Però c'è un però. Al pubblico il film piace. Riempie le poche sale che lo proiettano e pubblica sui social network recensioni entusiaste.

Come è possibile una tale dicotomia? Forse le cose si spiegano con lo snobismo che Hollywood spesso riserva ai prodotti nati al di fuori dei circuiti ufficiali, o forse è quel neppure troppo celato retrogusto di celebrazione del boss che indispettisce a ragione - la stampa. Per il film d'altronde è già un miracolo essere riuscito ad arrivare nelle sale, quattro registi si sono avvicendati alla produzione, 44 fra produttori, produttori esecutivi e co-produttori hanno cercato di trovare il bandolo della intricata matassa nei sette anni di difficoltoso cammino del film. Nomi come Al Pacino e Joe Pesci hanno lasciato perdere, strada facendo. Quest'ultimo ha intentato una causa da tre milioni di dollari nei confronti della produzione. L'attore si era sottoposto a una dieta ipercalorica, arrivando a metter su 15 chili per interpretare il personaggio di Angelo Ruggiero, braccio destro e amico personale di Gotti, ma alla fine gli era stato offerto un altro ruolo e Pesci aveva mandato tutto all'aria minacciando e poi mettendo in atto azioni legali. La saga era iniziata nel 2011 quando John Gotti Jr aveva rifiutato un'offerta da Sylvester Stallone per la realizzazione di un film che raccontasse la storia di suo padre. Poi però aveva raggiunto un accordo con un produttore pressoché sconosciuto, Marc Fiore, che era riuscito a coinvolgere Travolta, unico nome costante nella lunga gestazione del film. Nick Cassavetes (The Notebook) fu il primo regista ad essere coinvolto, poi toccò a Barry Levinson. Il terzo regista della partita fu Joe Johnston (Capitan America). A firmare però la direzione del prodotto ora nelle sale è stato Kevin Connolly, il regista di Entourage.

Travolta difende il film che dipinge la carriera criminale di Gotti dagli anni Settanta alla sua morte, avvenuta nel 2002 in carcere, dove stava scontando l'ergastolo. «È un film a cui tenevo molto, che mi ha permesso di interpretare un personaggio controverso e sfaccettato. Da una parte un buon padre di famiglia, affettuoso e dedicato, colpito da un lutto dolorosissimo come può essere solo la morte di un figlio. Dall'altra uno spietato malavitoso, capace di uccidere a sangue freddo.

Ad aiutarlo, sostiene l'attore newyorkese, è stata la stessa famiglia Gotti. Soprattutto il figlio, John Gott Jr., che nel film è interpretato dal giovane attore Spencer Lofranco. Nonostante un inizio di carriera sulle orme del padre, John Jr. si è dissociato dal crimine organizzato dopo aver scontato 11 anni di prigione ed ora è un uomo libero. «Il cappotto che indosso all'inizio e alla fine del film è quello originale del boss di Cosa Nostra spiega Travolta è stata un'esperienza particolare, perché era ancora intriso della colonia che John Gotti usava. Senz'altro mi ha aiutato ad entrare nel ruolo, così come mi hanno aiutato i tanti filmati che la famiglia ci ha messo a disposizione. Visionare quel materiale mi ha permesso di sparire nel personaggio, di diventare lui». Ad interpretare la sposa di Gotti, Victoria è la stessa moglie di Travolta, Kelly Preston. «Non lavoriamo spesso insieme continua l'attore ma questa volta entrambi sentivamo che per dipingere l'unità di quella coppia, la nostra stessa connessione avrebbe aiutato». A ricreare le atmosfere dell'epoca aiuta la colonna sonora, curata da Pitbull, che ha composto anche una canzone originale.

Stona invece la lunga sequenza, alla fine del film, di immagini d'epoca. Il funerale di Gotti a Brooklyn, il corteo di corone di fiori, gli omaggi al boss, le interviste alla gente che si riferisce a Gotti come a un santo protettore del quartiere e della città. Immagini non molto differenti da quelle più recenti del funerale del boss Casamonica a Roma. Forse è stato proprio quell'omaggio di cattivo gusto ad allontanare la critica americana.