Gozzano, buoni racconti di eccellente gusto

Giuseppe Conte

Non c'è storia o enciclopedia letteraria che non liquidi come «minori» i racconti di Guido Gozzano, salvando soltanto il resoconto del suo viaggio in Oriente, pubblicato postumo col titolo Verso la cuna del mondo nel 1917. Certo, l'importanza storica dell'autore che inizia il «crepuscolarismo» e influenza tutta una linea della poesia italiana del Novecento che va da Montale a Sanguineti è nell'opera in versi, che poi consta di due libri fondamentali, La via del rifugio e I colloqui. Ma, a rileggerli tutti insieme, come si può fare ora nel volume curato ottimamente da Flaminio Di Biagi (Guido Gozzano, Tutti i racconti, Avagliano editore, pagg. 443, euro 17), i racconti del poeta torinese mostrano una vitalità, una grazia, una intelligenza che possono deliziare il lettore di oggi.

Gozzano li pubblicò tra il 1903 e il 1916, l'anno della morte, su riviste tra cui spiccano L'Illustrazione italiana e La Riviera ligure e sul quotidiano La Stampa, e vi profuse soprattutto le sue qualità ironiche di osservatore mondano, attentissimo alle dinamiche amorose e alle vicende di una società aristocratica e borghese, di cui ci restituisce con felicità non priva di amarezza il sapore e i colori. I racconti dei primi anni, sino al 1906, mostrano ancora influenze del Liberty, di d'Annunzio e di Nietzsche (che in una poesia famosa Gozzano farà in seguito rimare con «camicie»), e, nell'unico di ambientazione popolaresca, si può sentire persino un eco di Verga. Ma Gozzano mette subito la sua sordina all'estetismo, e già in I benefizi di Zaratustra contrappone il piacere di una bistecca al piacere estetico, il freddo razionalismo di un personaggio all'esaltazione voluttuaria e malinconica dell'altro. E ci dà la misura di come tutto si stemperi nel linguaggio della grande mondanità quando riporta la lettera in cui una vecchia signora che aveva frequentato l'eroico Lord Byron lo definisce semplicemente «amusant et delicieux».

Un racconto davvero delizioso è L'altare del passato. Il vecchio conte Fiorenzo, che vive decaduto e impoverito nel suo palazzo «di puro '600 piemontese», in balia di una figlia acida e polemica, è un personaggio byroniano e alfieriano, ma con una vena tutta sua di malinconia e di disincanto. Con la figlia ha soventi «alterchi signorili», di cui Gozzano dà una definizione perfetta: «fatti di silenzi eloquenti e di poche parole sanguinose». Ad affermazioni di cui ha orrore Fiorenzo contrappone soltanto un «tu as dit?», quel «dici?» che in seguito il piemontese Umberto Eco citerà come esempio supremo di uno stile comunicativo e di un atteggiamento psicologico comune nella sua terra. Il conte Fiorenzo, l'uomo dalle 500 amanti, ha una stanza segreta: si scoprirà che in essa conserva il Rimpianto: incarnato in vesti, veli, manicotti, ciocche di capelli, babbucce delle donne che ha amato.

Altro bellissimo racconto è Le giuste nozze di Serafino, in cui il protagonista, un timido impiegato in un ufficio del telegrafo in provincia, usa con audacia questo strumento, «tac-tac-tac-tac-tac-tac-tac-tac...» per corteggiare Anna Marengo, una collega di Torino, in un dialogo che ha la velocità sintetica e superficiale di una chat di oggi. L'incontro nella realtà produrrà un equivoco: Serafino crederà di vedere la sua collega in una bionda gemella di Lyda Borelli, diva di allora. Poi, dopo la delusione, ne scoprirà le qualità autentiche e finalmente la sposerà. In altri racconti compaiono i colori dell'India, la figura di un «letteratoide romano... petulante, loquace, stridulo» (la specie non è andata perduta), la Torino capitale dell'allora nascente industria del cinema, una moglie insidiata dal mondanissimo cugino che sceglie alla fine il solido marito «buon bergamasco», la anziana Garibaldina, che vive nel culto del marito e del Generale.

Due racconti compongono poi un dittico di straordinaria efficacia: Un addio e L'eredità del volontario, in cui un giovane ricco che sceglie di arruolarsi va a trovare gli unici parenti che ha, «borghesi e mercanti genovesi, quindi mercanti e borghesi due volte», e scopre le loro mire sul suo patrimonio in caso di morte, la loro irredimibile avarizia e meschinità. Per poi ritrovare, in una cena con estranei, una amica di infanzia ora attrice delusa, un sacerdote e sua madre, umile massaia, l'autentico piacere del calore umano e degli affetti. Chi ama Mario Soldati, non potrà non vederne belle anticipazioni in racconti come questi.