Le grandi "Sfide" del calcio? Metafore della vita

Zanardi torna con il programma sul mito dei Mondiali

Berlino, 9 luglio 2006: l'Italia sta lottando contro la Francia per la conquista del Campionato del Mondo di Calcio. Al clou dello scontro l'eroe dei francesi, Zidane, rimedia un cartellino rosso e un'espulsione per la capocciata rifilata a Materazzi. Fine d'un mito. «Chi di noi italiani non ha esultato in quel momento? Sportivamente poco elegante; umanamente comprensibile - riflette Alex Zanardi -. Qualche tempo dopo, però, ripensando che quella sarebbe stata l'ultima partita di Zidane, e che l'uscita di scena avveniva in modo tanto inglorioso, molti ne compresero il dramma umano». Ecco: lo sport non solo come gesto atletico; ma soprattutto come capitolo di vita. E dunque anche come dramma, esaltazione, rinascita. Ne sa qualcosa Zanardi, campione automobilistico rinato, dopo lo spaventoso incidente che nel 2001 lo privò delle gambe, prima come oro paralimipico nell'handbike (la bicicletta per disabili), e poi come conduttore televisivo del programma del quale è - egli stesso - metafora vivente. Sfide. Il racconto di quanti hanno vinto (o perduto) la gara della vita.

«Solitamente Sfide s'è occupato delle grandi individualità - racconta l'atleta, già alla terza edizione del programma di Simona Ercolani, al via da domani su Raitre - Stavolta invece ripercorrerà gli epici scontri che le più grandi nazionali di calcio del mondo hanno ingaggiato con l'Italia: e cioè Francia, Germania, Brasile, Inghilterra. I grandi, amatissimi nemici cui ci hanno accomunato (o da cui ci hanno diviso) alternativamente ammirazione e diffidenza, paura e stima». Pensiamo al Brasile, ad esempio: «cui ci legano autentiche pagine di storia. Dalla “prima volta” vinta nel '63 e ricordata da Pelè, al drammatico 4-1 subito nella finale di Mexico '70 (dopo il mitico Italia-Germania 4 a 3) fino alla gloriosa tripletta di Paolo Rossi segnata nel Mundial '82, e ai fatali rigori di Usa '94». Ma tutto questo - insiste Zanardi - non come semplice cronaca sportiva; «quanto piuttosto quale metafora della vita. Dallo sport, infatti è possibile imparare tanto. Nel bene come nel male. Per tutti, anche per l'atleta più grande, arriva il momento in cui ottenere un risultato diventa molto, molto difficile. Allora non è più la grande gara ufficiale, a contare, ma la piccola e segreta gara quotidiana cui egli devi partecipare, ogni giorno, contro se stesso. E senza applausi, senza medaglie, senza fama».

Quarantacinque anni di sport, con interviste a tutti i più grandi nostri rivali - da Barthez a Zico, da Rivelino a Littbarski - nonché a molti amatissimi azzurri - Mazzola, Zoff, Cabrini, Conti, Graziani, Zola - fino ad un incontro esclusivo con Cesare Prandelli, sulle nostre prospettive «brasiliane». «La mia più grande soddisfazione? - riflette Zanardi - Raccontare ai ragazzi d'oggi che Mennea saltava il cancello del campo d'atletica per andare ad allenarsi di nascosto dal suo coach. Oppure che Gimondi decise di non avvelenarsi più, pensando quant'era stato sfortunato a nascere nella stessa era di Merckx. E che da allora per lui non contò più arrivare primo o ventesimo. Ma superare e vincere - ogni volta - se stesso».

Ma quanti ancora vivono lo sport come dovrebbe sempre essere vissuto? «Non lo so. Di sicuro tutti quelli che sono autentici campioni».