La guerra anti-Macron per salvare il lavoro

Applausi al film di Brizé sulla chiusura (ingiusta) della fabbriche francesi

Applausi a scena aperta, una lunga ovazione finale fanno di En guerre, In guerra, di Stephane Brizé, il film del giorno e forse dell'intero Festival.

Le ragioni ci sono tutte, e in una Francia punteggiata di scioperi contro la riforma del lavoro ideata da Emmanuel Macron, ce ne sono ancora di più. La storia è apparentemente semplice e di quelle già sentite: malgrado i pesanti sacrifici da parte dei lavoratori, e nonostante la rendita degli azionisti sia cresciuta nell'ultimo periodo del 38%, la direzione della fabbrica Perrin Industrie decide la chiusura e la delocalizzazione in Romania. Due anni prima, a fronte di un aumento di ore lavorative e di una diminuzione dei benefit, la proprietà aveva firmato un accordo in cui si manteneva produzione e occupazione per almeno cinque anni, e ora è carta straccia. I 1100 operai non ci stanno e occupano a oltranza la fabbrica... Alla loro testa c'è un sindacalista, Laurent Amédéo (Vincent Lindon), che sa qual è la battaglia della vita: ha superato i 50 anni, sa che non troverà più lavoro. Affidato al fisico massiccio e al volto ruvido di Lindon, En guerre mette in scena le ragioni del mercato, dove produrre utili non basta, se quegli utili non raggiungono la stima prevista, e le ragioni di chi conta su uno stipendio per mandare avanti la famiglia e non riesce a capire perché se l'industria non è in perdita i suoi proprietari non solo vogliano chiuderla, ma si rifiutino anche di venderla a chi si dichiara disposto a subentrare.

Per quanto schierato dalla parte dei più deboli, En guerre non è però un film manicheo e le motivazioni proprietarie, all'interno di un mercato globale vengono esposte con chiarezza. La guerra finirà naturalmente con la sconfitta e il sacrificio finale di Laurent Amédéo, ma ciò che di esso resta è proprio questo senso di malessere, l'impossibilità a capire il senso di un'economia che ormai marcia su binari diversi da quelli dell'occupazione. «Non è un film di sinistra - mette le mani avanti Lindon - La sinistra non ha il monopolio del cuore, come disse Giscard a Mittérrand alle presidenziali del'74 da lui poi vinte. Si può essere di destra e essere sensibili all'ingiustizia. En guerre mostra e resta sui fatti, racconta una storia al termine della quale è lecito pensare: C'è qualche cosa in questo modo di essere e agire, che non funziona».