La guerra civile americana? Può servirci a capire i guai dell'Unione europea

Il sudista Calhoun studiò il rapporto tra federalismo e libertà: una lettura per i tecnocrati di Bruxelles...

A metà Ottocento, all'indomani della Guerra civile, gli Stati Uniti conobbero cambiamenti cruciali e smisero di essere un'alleanza tra comunità indipendenti, definendosi sempre più quale nazione unitaria e popolo coeso. Alcune trasformazioni riguardarono pure il linguaggio, se si considera come ha evidenziato Shelby Foote che «prima della Guerra civile l'americano usava la formula gli Stati Uniti sono; dopo il conflitto essa divenne gli Stati Uniti è» (al singolare).

Molte delle questioni fondamentali che sono alla base di questo mutamento di prospettiva sono bene illuminate da un libro scritto da Luigi Marco Bassani sul pensatore sudista Calhoun (Repubblica o democrazia? John C. Calhoun e i dilemmi di una società libera, edito da IBL Libri): un testo che aiuta a cogliere come nei decenni che conducono dalla Dichiarazione d'Indipendenza fino al successo dell'esercito di Abraham Lincoln la cultura politica nordamericana abbia conosciuto tensioni fortissime.

Dal punto di vista storico, la rilevanza di Calhoun che fu pure vice-presidente degli Stati Uniti al fianco di John Quincy Adams e di Andrew Jackson consiste nell'essere diventato il più acuto teorico dei cosiddetti diritti degli stati e, di conseguenza, della facoltà delle comunità del Sud di gestirsi autonomamente. Sullo sfondo c'era senza dubbio la questione della schiavitù: a un Nord industriale e ormai affrancatosi dalla vergogna di quella istituzione, si opponeva infatti un Sud caratterizzato da un'agricoltura che ancora faceva un uso massiccio del lavoro schiavistico e da una comunità bianca incapace di immaginare l'abolizione di tale pratica.

L'essere stato l'interprete più importante della cultura schiavista del Sud ha sempre gettato un'ombra cupa su tale studioso. Nella sua monografia, però, Bassani ci aiuta a cogliere pur senza mai sottostimare gli aspetti inquietanti del pensiero calhouniano come in questo autore emergano temi attualissimi, drammatici, meritevoli di un approfondimento. La schiavitù fu importante, ma va letta entro un quadro molto più ampio.

In particolare, uno delle questioni cruciali affrontate da questo studioso originario della Carolina del Sud è da riconoscere nella tensione tra la libertà individuale e la democrazia maggioritaria. A un certo punto nella riflessione di questo autore «l'ossessione, il cuore dell'indagine teorica, diventa il dispotismo democratico, la maggioranza numerica che rompe ogni argine e diventa arbitro assoluto di una comunità politica». Mentre le generazioni americane precedenti avevano sempre creduto che la libertà si associasse alla piena partecipazione del popolo alla vita pubblica, Calhoun appare consapevole che purtroppo vi sono situazioni in cui l'imporsi della volontà popolare favorisce il potere più oppressivo e mina ogni libertà.

Il cuore della sua analisi, a ogni modo, sta nel contrasto tra una visione realmente federale e una nazionalista. Egli interpreta meglio di altri e con più raffinatezza una convinzione per decenni comune in America: quella secondo cui l'Unione era stata realizzata dagli Stati, e non da un popolo americano allora difficile da riconoscere quale soggetto unitario. In tal senso Calhoun ci fa cogliere, per usare le parole di Bassani, che «quello che appare il vero corpo estraneo nella storia politica americana è la dottrina mistica dell'Unione quale fine supremo, bene assoluto da difendere a ogni costo, adombrata prima da Daniel Webster nel 1830 e poi, in termini del tutto inediti, da Abraham Lincoln trent'anni dopo». È allora più in sintonia con la tradizione americana Calhoun di quanto non lo sia Lincoln, sebbene negli stessi anni dell'unificazione italiana e tedesca quest'ultimo riesca ad accorpare le ex-colonie in un'unica nazione grazie all'esercito nordista e agli oltre 600 mila morti causati dallo scontro tra il potere centrale e gli Stati del Sud.

Si tratta di considerazioni eminentemente legate al passato? Non proprio, se si considera che gli Stati nazionali forgiati nel diciannovesimo secolo sono ancora sulla scena e che analoghe dinamiche sembrano all'opera quando si osserva la costruzione degli Stati Uniti d'Europa e l'artificioso tentativo di creare per via politica identità politiche oggi esistono e non esistono.

Con questo libro, Bassani ci guida a comprendere come Calhoun sia davvero attuale per il suo avere evidenziato la tensione tra liberalismo, federalismo e democrazia. Allora come oggi, quanti hanno a cuore la libertà devono fare i conti con il mito della comunità (strumento per politiche aggressive e lesive dei diritti) e con l'ipotesi irrealistica, eppure assai condivisa che la maggioranza abbia sempre ragione.

La dottrina calhouniana della cosiddetta maggioranza concorrente evoca temi non molto noti entro il dibattito europeo, ma non si può negare come essa rilegga il costituzionalismo in una forma originale. L'idea è che la singola maggioranza di ogni stato facente parte di una federazione abbia il diritto di annullare le decisioni prese dalla maggioranza del Paese. In tal modo il federalismo frena la democrazia e i suoi esiti peggiori, affinché quest'ultima non dissolva le fondamenta liberali dell'ordinamento.

Non è allora il semplice voto popolare che può mantenere libera una società, ma semmai la frammentazione territoriale del potere e la dispersione dei centri decisionali. E in questo modo una riflessione teorica sorta un secolo e mezzo fa per proteggere le comunità politiche del Sud dinanzi alle pretese del potere di Washington si rivela di straordinario interesse anche nell'epoca della globalizzazione e dei processi di unificazione continentale.