Il guru della fiction che ha reso epica la Brianza industriale

RomaSi fa presto, a dire fiction. La fama di banalità tematica e ovvietà espressiva che (spesso a ragione) aleggia inevitabile attorno ad uno dei più popolari generi tv, viene smentita ogni volta che a firmare la sceneggiatura d’una fiction c’è lui.
Quarantaquattro anni, brillante romanziere (cinque libri per Bombiani) e sceneggiatore in odor di successo, tanto al cinema (Mine vaganti di Ozpetek: Globo d’Oro) che in tv (Tutti pazzi per amore: tre serie pluripremiate e molto apprezzate dal pubblico), Ivan Cotroneo sembra il nuovo re Mida del genere. Piace ai tradizionalisti; intriga i progressisti. E il 26 per cento di share totalizzato lunedì su Raiuno dalla terza puntata di Una grande famiglia (da lui sceneggiato, con Stefano Bises e Monica Rametta) rilancia la domanda: come si fa ad essere originali, nel genere tv più banale che esista?
«Una formula, ovviamente, non c’è - sospira lui -. Perciò invertiamo la questione. È più facile essere banali che orginali? Sì. E nella banalità si cade quando ci si occupa di qualcosa che non piace. Mentre il soggetto di Una grande famiglia a me piaceva moltissimo».
Vagamente ispirata da alcuni saghe familiari scritte da Edoardo Nesi (come L'età dell'oro e il Premio Strega Storie della mia gente), la nuova serie di Raiuno propone, fra le altre, la novità di un’area geografica e culturale praticamente inedita - e drammaticamente attuale - per la fiction tv: la Brianza. «Io e i miei colleghi eravamo un po’ stufi di storie romanocentriche - conferma Cotroneo -. E allora, dovendo intrecciare drammi e passioni d’una ricca famiglia d’industriali, abbiamo pensato a Pavia, Padova, Milano, e soprattutto alla malinconica, bellissima Inverigo, in provincia di Como».
In tempi di cupi dissesti industriali, e sbriciolamenti d’imperi finanziari, la saga dei Rengoni è parsa così al pubblico non solo intrigante. Ma soprattutto attuale. «Questa è solo fortuna - mette le mani avanti lui, modesto -. La fortuna di pensare ad un tema nel momento stesso in cui ci pensa anche il pubblico. Mai però costruendolo a tavolino: la fiction “a tesi” non funziona. Non è la novità di un argomento in sé, a costituire un valore. Ma il modo in cui lo racconti». Così le trite trame sentimentali di Tutti pazzi per amore sono diventate un caso di freschezza e innovazione narrativa grazie all’uso del canto, dei dialoghi, dei meccanismi musical tradotti in commedia. «E così la struttura di Una grande famiglia, sostanzialmente da feilleuton, se si vuole da tradizionale sceneggiato Rai in bianco e nero, acquista un diverso sapore grazie al mix con altri generi, ciascuno ispirato da un diverso personaggio».
La commedia ironica nelle disavventure esistenziali di Chiara (Stefania Rocca), l’intimismo generazionale nella maturità di Eleonora (Stefania Sandrelli), il dramma sentimentale nelle passioni sbagliate di Nicoletta (Sarah Felberbaum). Più qualche tema di opprimente attualità, come la sieropositività trattata da Tutti pazzi per amore, o il bullismo omofobico descritto in Una grande famiglia. «Non c’è limite che la fiction, genere certamente facile e tradizionalista, non possa trattare. Io e miei colleghi Bises e Rametta siamo convinti che il pubblico sia pronto, ormai, a recepire anche temi diversi, insoliti; magari spiazzanti. Certo: uno sceneggiatore dev’essere consapevole che la fiction entra in tutte le case, spesso per caso. Mentre un film è destinato ad un pubblico che ti ha consapevolmente scelto. Nel secondo puoi osare senza particolari problemi. Nella prima i problemi te li devi porre».
Impegnato nella stesura del suo secondo film da regista (il primo, La kryptonite nella borsa ha riscosso lusinghieri apprezzamenti all’ultimo Festival di Roma), una commedia sull’amore prodotta da Nicola Giuliano e Francesca Cima, lo sceneggiatore spera di lavorare presto alla seconda edizione della saga familiare di Raiuno. «È ricca di ulteriori, affascinanti possibilità».
Ma quali sono le fiction tv altrui che piacciono ad Ivan Cotroneo? «Ho amato moltissimo La meglio gioventù e Le cose che restano. Ancora due storie familiari, non a caso». E c’è un personaggio, un periodo storico su cui lo scrittore sogna di scrivere, nonostante le perplessità dei produttori? «Io amo le storie di oggi - conclude Cotroneo -. Trovo siano le più ricche di spunti, di stimoli, di prospettive. È la realtà d’oggi la miglior fiction che esista».