Ha vinto il più hollywoodiano

di Maurizio Acerbi

S e uno avesse puntato qualche euro sulla sestina principale dei premiati, avrebbe vinto a mani basse. È stata l'edizione degli Oscar -la prima dell'era dopo Weinstein- più prevedibile degli ultimi anni, con le statuette finite nelle mani di chi era dato largamente favorito alla vigilia; quasi da manuale Cencelli, con dieci pellicole salite sul palco dei premiati. Il che non vuol dire che il fiabesco dark The Shape of Water (tra l'altro, passato al Festival di Venezia, come molti dei vincitori degli ultimi anni), sia il film più bello in assoluto (che era, probabilmente, Il filo nascosto). Semplicemente, racchiude al meglio quelle caratteristiche che piacciono ai membri dell'Academy, in particolare quella sua capacità di sognare che, da sempre, aiuta a mettere le mani sulle statuette. Non va dimenticato che gli Oscar non sono altro che l'industria di Hollywood che si auto-premia, lasciandosi «condizionare» più dai temi di attualità che dalla qualità. E così, può essere spiegato l'unico vero colpo di scena della scontata serata, ovvero la vittoria, come sceneggiatura originale (Jordan Peele, primo autore nero a trionfare in questa categoria), del pur interessante horror politico Get Out - Scappa, che punta il dito su quel razzismo ancora presente, nonostante gli anni della presidenza Obama, in buona parte della «società bene» bianca. Anche se sorprendente, ma in negativo, è stata la sconfitta della prima donna candidata per la fotografia, quella Rachel Morrison che non solo meritava la statuetta, ma poteva rappresentare la logica scelta in pieno #MeToo per rivendicare la qualità della professionalità femminile nella settima arte. Strano, in una annata che ha premiato il multiculturalismo e la diversità, il Que Viva Mexico! e anche Netflix (col documentario Icarus). E dove James Ivory, a 89 anni, è divenuto il più anziano vincitore, grazie al film dell'italiano Guadagnino. È la magia di Hollywood, bellezza.