"Ho fatto e visto cose che la gente comune neppure immagina"

Michael Dobbs, l'autore di "House of Cards", racconta la genesi del libro sugli intrighi politici da cui è tratto il serial in onda su Sky

«Il mondo di Westminster è dominato dall'ambizione, dallo sfinimento e dall'alcol. E dalla lussuria», recita l'intestazione di un capitolo di House of Cards (Fazi Editore, pagg 447, euro 14,90) di Michael Dobbs, giornalista e politico britannico che per anni ha ricoperto incarichi prestigiosi in seno al Partito Conservatore, fungendo da strettissimo consigliere di Margaret Thatcher. Il suo personaggio Francis Urquhart sembra il prototipo del maneggione moderno, del politicante senza scrupoli, pronto a sfruttare vizi e virtù di chi gli sta intorno per soddisfare la propria sete di potere e rivalsa. La classe politica e la stampa britannica, asservita a proprietari assetati di denaro e a cordate di comodo, ne vengono fuori a pezzi, in un carosello di cronisti d'assalto, segretari ambiziosi, donne assatanate di potere, uomini debosciati.
In Italia per presentare la serie televisiva tratta dalla trilogia di cui House of Cards costituisce il primo capitolo, in onda su Sky dal 9 aprile (con un Kevin Spacey dallo sguardo sempre più maligno), Dobbs non ha lesinato risposte puntuali e battute di spirito.
Com'è nato House of Cards?
«Ho deciso di mettermi a scrivere quando ho abbandonato la politica. In realtà, non è stata una decisione unicamente mia. La signora Thatcher mi ha gentilmente invitato a togliermi di torno. Così, ho deciso di scrivere un manifesto politico e, alla fine, mi sono ritrovato per le mani un romanzo. Il novanta per cento di ciò che racconto l'ho visto coi miei occhi. Naturalmente, ho rimescolato le carte, ma in politica succedono cose che davvero superano l'immaginazione al punto che, per rendere credibile la mia storia, le ho dovute annacquare».
La versione televisiva è ambientata nella politica americana, non britannica. Come le pare questo cambiamento di scenario?
«Quando fui contattato dalla casa di produzione americana, mi venne detto che a Kevin Spacey e David Fincher era piaciuta la mia storia e che intendevano realizzarne una serie. Non ci pensai su un istante, anche perché sono ottime persone e, comunque, la politica è un tema che si adatta a ogni circostanza perché ha al centro gli esseri umani».
Quant'è cambiata la lotta politica dai tempi della Lady di Ferro a oggi?
«È strano come la politica abbia una stretta attinenza con il momento. Pubblicai House of Cards in un momento di profondo cinismo e il libro ne risentì. Il secondo e il terzo capitolo della trilogia uscirono durante l'amministrazione intransigente di Bush e quella più “umana“ di Obama ed è interessante che gli Usa abbiano iniziato ad aprirsi ai miei romanzi proprio ora. Ancora una volta, la politica è buffa: Margaret Thatcher era una figura politica a cui non importava un accidente di nessun essere umano ma che riusciva a fare le cose, mentre Obama ha grande umanità ma non riesce praticamente a combinare un accidente».
È vero che la chiamavano «il sicario di Westminster dalla faccia d'angelo»?
«La politica è un'attività dura, non adatta a chi è mosso da buoni sentimenti, ma finalizzata ai risultati. Per riuscirci, spesso si devono fare cose che non piacciono. A me è pure capitato di dover licenziare colleghi con i quali si era instaurato un rapporto stretto».
Qualcuno l'ha paragonata a Shakespeare e Tolstoj. Che ne dice, invece, di Evelyn Waugh e Aldus Huxley?
«Sono leggermente in imbarazzo, anche perché ogni giorno ringrazio il cielo per la fortuna e il successo che ho avuto e mi sforzo di migliorare come scrittore, ma il nome di Shakespeare mi fa venire in mente che i suoi scritti parlavano di politica. Sono drammi e i drammi parlano delle persone. La politica è questo: dramma. Evelyn Waugh sapeva raccontare temi importantissimi per il suo tempo, senza mai perdere di vista una certa leggerezza. Mi sento molto vicino a lui».
Da sopravvissuto dell'attentato di Brighton a opera dell'IRA, che effetto le fa doversi rapportare con presunti ex-terroristi?
«In quell'attentato, ho perso diversi amici. Il braccio destro di Margaret Thatcher, con cui avevo trascorso l'intero pomeriggio, venne scagliato fuori dalla finestra. Quelli erano giorni in cui l'attività politica poteva costarti la vita. Sono contrario alla violenza, anche se non penso che noi inglesi ci siamo sempre comportati nel modo giusto verso l'Irlanda. Faccio davvero tanta fatica tuttora a sedermi nella stessa stanza con figure come Jerry Adams».