«Ho scritto un bestseller raccontando i segreti di una coppia stressata»

L'ex avvocato, autrice del thriller dal successo mondiale: «Ho un talento per la suspense...»

Ci sono volute meno di 24 ore perché l'agenzia letteraria di Toronto rispondesse alla mail in cui l'esordiente Shari Lapena allegava il manoscritto di La coppia della porta accanto (Mondadori, trad. di A. Raffo, pagg. 203, euro 19): «Dove possiamo chiamarla?». In meno di dieci giorni, l'agenzia ha venduto a Penguin Random i diritti del thriller e nei successivi tre giorni 25 Paesi hanno acquisito la traduzione (solo in Francia si sono battuti undici editori diversi). Inutile dire che l'autrice di questa intrigante storia di «segreti di coppia con furto di bambina», in cui si intrecciano giochi erotici, tradimenti e altri colpi di scena, è entrata nei bestseller del New York Times poco dopo l'uscita in libreria, come «la nuova frontiera del thriller psicologico». Eppure fino a novembre dell'anno scorso Shari Lapena era solo un avvocato e docente di 55 anni, incapace di immaginare un riscontro del genere, visto che fino a quel momento aveva pubblicato solo una manciata di ignoti titoli per ragazzi.

A chi si è ispirata per creare i due membri della coppia, Anna e Marco Conti?

«A nessuno che conosca. Sono frammenti di altre persone e sono cresciuti insieme alla storia, plasmati dagli eventi in modo biologico. Ma mi hanno ispirata molti libri, da Agatha Christie a E ora parliamo di Kevin di Lionel Shriver (Piemme, ndr)».

Nelle prime righe del romanzo c'è già tutto: quanto ha pensato all'incipit?

«L'inizio di un thriller è fondamentale. Costruisce l'ambiente e modula tutto quel che segue. C'è un mondo intero in quella prima riga. Non so quante volte gli autori riscrivano i loro incipit. In questo romanzo mi è venuto tutto facile, fin dall'inizio. Ma io in realtà riscrivo tutto il tempo, a volte persino usando punti di vista diversi».

L'esperienza di avvocato le ha permesso di addentrarsi nell'intreccio criminale?

«Direi di no. Mi occupo di questioni civili e di affari. Ma alla fine mi è stata utile per l'amore per il dettaglio, la capacità di analisi, la disciplina».

Nel romanzo, la depressione post-parto e la genitorialità giocano un ruolo importante. Come sono cambiate maternità e paternità?

«La domanda è cruciale per comprendere il romanzo, che in realtà si ispira a molte coppie di genitori. La gente oggi è terrorizzata dall'idea che una decisione genitoriale presa male sfoci in una tragedia. Mettiamo di continuo i genitori sotto il microscopio, mettiamo loro pressione per vedere se ce la fanno ad essere perfetti. Nel libro c'è un imprevisto che dà vita a tutto: la baby sitter annulla l'appuntamento. Può succedere».

Queste aspettative sono accettabili o eccessive?

«Di certo sono gigantesche rispetto a quando ero piccola io. Gli standard di attenzione ai figli oggi devono essere elevatissimi, altrimenti... Noi non avevamo seggiolino in auto, né cinture di sicurezza, papà fumava tutto il tempo e giocavamo in strada finché veniva buio. Oggi i bambini non vanno mai a scuola da soli o al parco senza genitori fino a che non sono quasi adulti. Una gestione complessa, perché sentirsi in colpa è un attimo e il giudizio degli altri è dietro l'angolo. Le donne? Hanno sempre rischiato tutto per un figlio, ma oggi si chiede loro di essere eccellenti anche nelle carriere».

Ma è vero che in ogni famiglia c'è un potenziale crimine in agguato?

«Come scrittrice di thriller, ovviamente penso di sì. Ogni famiglia nasconde segreti spaventosi. Ognuno di noi è il risultato di un'appartenenza e quando le persone sono sotto stress sono capaci di tutto. Il mio lavoro richiede di immaginare che cosa accade quando lo stress aumenta oltre il livello di guardia. È qui che avviene la rivelazione».

Ovvero?

«Scopriamo chi siamo veramente».

Come ha deciso di scrivere proprio un thriller?

«Perché amo leggerli. E perché ho un talento naturale per la suspense».

Quali sono le tre regole fondamentali per scrivere un buon thriller?

«Primo: creare personaggi con caratteri emotivamente complessi, perché nessuno è solo buono o cattivo, ed esplorare la naturale ambivalenza di ognuno. Secondo: infilare ovunque domande senza risposta, cui il lettore abbia voglia di dare più interpretazioni. Terzo: i colpi di scena. Perché nessuno vuole davvero sapere che cosa succederà, ma soltanto essere continuamente sorpreso. La sorpresa però deve essere convincente».