«Ho voluto fotografare la forma estrema del Desiderio»

di Walter Siti

Iervengo qui adesso per lamentare che Dio non mi abbia concesso il dono della fede, e quindi il mio prete ho dovuto costruirlo dall'esterno: con un misto di invidia e diffidenza, e forse un bel po' di sopravvalutazione. Un Dio presente e vivo continua a sembrarmi una cosa tanto gigantesca e sconvolgente da minacciare la compagine stessa del cervello.

Quanto alle preferenze erotiche del mio don Leo, mi sono reso conto che il loro essere così radicalmente condannate e rimosse dal sentire comune le rendeva un buon pavimento narrativo per riflettere sui rapporti tra religione e perversione, tra ragione, desiderio e tecnologia sui delitti della serenità e sull'importanza del Male nelle grandi mutazioni sociali. Mi è parso giusto fotografare il Desiderio nella sua forma più distruttiva ed estrema proprio mentre l'età del desiderio (grande invenzione del secolo scorso) sta cedendo il posto a un'epoca del bisogno. Pedofilia come metafora? Non saprei spingermi a tanto; gonfiandomi un po', anzi parecchio, potrei dire che la pedofilia nel mio romanzo ha il medesimo ruolo funzionale che ha la musica nel Doctor Faustus di Thomas Mann.

La vicenda si svolge a Milano nel corso del 2015; due anni sono bastati per farne un romanzo storico, data la velocità squassante e umoristica con cui hanno preso a precipitare gli avvenimenti planetari. Mi consola pensare che ogni vera contemporaneità è sempre (anche) inattuale. Questo è il più inventato dei miei libri, i personaggi che somigliano a qualche persona esistente sono i più fittizi: l'unico episodio tratto di peso dalla vita empirica è la fine di Andrea (continuerò a scusarmi per sempre coi suoi genitori) tutto il resto è, come al solito, un facsimile di realtà caratterizzato da leggerissime distorsioni spaziotemporali.