A Hollywood disse: "Grazie ma no me piase"

La fabbrica dei sogni californiana si accorse del suo magnetismo, ma lei, pigra e svogliata, disse no

Non tutte le donne belle sanno interpretare, al cinema, il proprio potere d'attrazione. Laura Antonelli, invece, era in grado di sfruttare al meglio il suo innegabile erotismo, prestandolo ai più grandi nomi del cinema italiano: da Dino Risi a Luchino Visconti, da Mauro Bolognini a Luigi Comencini, ogni regista d'importanza ha capito rapidamente che, oltre quella vistosa sensualità, c'era un'intelligenza della scena abbastanza profonda. Tanto che, quando Malizia (1973) di Salvatore Samperi la rivela ai sogni perturbati delle platee maschili, per la sua cameriera in ciabatte arrivano un David di Donatello e un Nastro d'argento.

Riconoscimenti meritati per l'istriana Antonaz, che andarono soprattutto alla sua capacità di promanare, tra malinconia e abilità afrodisiache, un'espressività in qualche modo ambigua. Una carica di disperazione, sempre in bilico tra carnalità spensierata e desiderio di morte, che emerge nitida in Sessomatto di Dino Risi, dove l'attrice, recitando con Giancarlo Giannini, fa vibrare la corda dell'angoscia, frivola e seria, monaca e puttana. Fu Luchino Visconti, il più esteta tra gli esteti, a tirarne fuori il lato intellettualmente perverso, affidandole il ruolo di protagonista in L'innocente (1976), ancora in coppia con Giannini: indossando gli orecchini di perla e la veletta da contessa, è desiderabile, ma inaffidabile, vittima e carnefice, comunque prigioniera di un eros doloroso e moderno che non sfuggì a Hollywood.

Anche la fabbrica dei sogni californiana si accorse del suo magnetismo, ma, pigra e svogliata, lei opponeva un «No me piase» agli agenti dello star system Usa. D'altronde, nel 1981 «la più bella donna dell'universo» (così Visconti) verrà scelta da Ettore Scola per incarnare Clara in Passione d'amore : un romanzo della Scapigliatura, firmato Iginio Tarchetti, e un regista impegnato fecero di lei la Migliore attrice non protagonista ai David di Donatello. La volevano nuda, tuttavia. E Mauro Bolognini nel 1986 la ricollocherà nella nicchia dei sensi con La venexiana : la sua sfrenata Angela, matura nobildonna in cerca di emozioni carnali, marca il ritorno nella vera casa di Laura, la concupiscenza suo malgrado. Neanche ai francesi poteva sfuggire la sua approvazione della vita fin dentro la morte: a Jean-Paul Rappeneau e a Claude Chabrol la Antonelli ha consegnato il suo cliché di consolatrice passionale, ancora adesso così necessario.