Hotel, vino e weekend pagato, scrivere libri ha una sua utilità

Marco Vichi fa a pezzi il culturame italiano, tra cene editoriali allucinanti e tristissimi incontri con l'autore: l'estratto dalla sua nuova raccolta "Se mai un giorno"

Arrivai a Cuneo verso le otto di sera, in macchina. Mi avevano invitato alla festa degli autori, tutto pagato. Venivo da Parigi. L'effetto non era male. Scaricai il mio zaino ed entrai nell'albergo quattro stelle. In camera, come prima cosa aprii il frigo. Due birre, sei o sette bottigliette di alcol, minuscole. Poco, ma meglio di niente. Bevvi una birra e un paio di bottigliette nane. Mi feci una doccia. La polvere parigina finì in un buco insieme all'acqua di Cuneo. Non avrebbero mai avuto niente da dirsi.

Alle nove chiamai un numero che mi avevano dato.

«Sono Vichi».

«Ah, bene. Dov'è adesso?». Era una ragazza, bella voce. «In albergo» dissi.

«Ha fame?».

«Da lupo».

«C'è una cena della Società (non ricordo quale) all'albergo (non ricordo il nome). Dica che è nostro ospite». «Grazie» dissi. La cena era cento metri più in là. Cinquecento metri più avanti Cuneo finiva fra i campi. Arrivai all'altro albergo, mi feci riconoscere ed entrai nella sala dove già mangiavano. Mi sentivo un po' strano. Ero l'unico con il giubbotto di pelle nera e i capelli legati dietro la nuca. Il resto era tutto cravatte e camicie bianche. Grandi tavoli rotondi ricoperti di bicchieri. Un cameriere mi accompagnò a un posto libero e mi riempì il bicchiere. Cinque trentenni che potevano essere mio nonno mi salutarono con un ghigno. In cinque non avevano la metà dei miei capelli. In mezzo a quei cinque mi sentivo come un capello nella minestra. Vedevo bene che da quando mi ero seduto, loro non parlavano più liberamente.

«Che fa nella vita?» disse uno.

«Scrittore».

«Ah, è qui per la manifestazione».

«Be', sì».

«E cosa scrive?».

«Etichette di cibo per cani» dissi. Si offesero un po'. Ma in fondo non gliene fregava un cazzo di cosa scrivessi. Se non te ne frega un cazzo, dico io, perché me lo chiedi? Lasciai perdere la discussione, erano parole senza speranza, mie o loro che fossero. Avevo mille chilometri sulla colonna vertebrale e volevo solo mangiare tranquillo (...) Poi a un tavolo più lontano vidi uno che conoscevo, un fotografo siciliano che viveva a Milano... a Melano, come diceva lui. Mi aveva fatto qualche foto due mesi prima, per un giornale. Anche lui era un capello nella minestra. Aveva una camicia con i disegnini hawaiani, molto colorata. In quella sala sembrava un fiore cresciuto in mezzo a un'autostrada.

Accanto a lui c'era un posto vuoto. Feci la cosa più naturale. Mi alzai, salutai i miei nonni e andai a sedermi al suo tavolo. I cinque furono molto contenti, io anche. La serata stava migliorando per tutti.

Il fotografo mi salutò con grandi pacche sulle spalle. Era già un po' ubriaco, io ero sulla strada giusta. Parlammo di stronzate e di scrittori. Di Dan Fante, che lui aveva fotografato a Mantova un mese prima. Stavo leggendo proprio in quei giorni l'unico suo romanzo uscito in Italia. Roba forte, che ti chiudeva lo stomaco. Non come qui da noi, dove i romanzi ti scuotono meno delle istruzioni della «Preparazione H».

A un certo punto ci fu un applauso, e un tipo si alzò in piedi. Sentii bisbigliare la parola «Presidente». Era il momento del discorso. Mi ricordai che eravamo a una cena dello sponsor principale della manifestazione. Il presidente aveva bevuto bene, si teneva al tavolo con le mani. Parlava ridendo. Continuò per almeno un quarto d'ora. In quella situazione mi sembrarono tre ore. Se non so quando qualcosa finirà, mi annoio dal primo minuto. Di quel discorso il mio cervello ha tenuto solo un concetto: la «nostra società» ha creato una famosa guida per far viaggiare la gente. Viaggi, uguale pneumatici che si consumano... e loro producevano pneumatici. Ora mi era tutto più chiaro. Anche la mia ingenuità infinita. Mi sentivo bene. Pieno di vita e di vino. In fondo sono un primitivo, vivo di emozioni essenziali.

Dopo i dolci, alcol e caffè. Era tutto gratis, non potevo rifiutare. Assaggiai tre o quattro grappe. Si chiama eau de vie, no? Non poteva fare male. Poi finalmente uscimmo di là. La strada era deserta. In una tomba c'era più movimento. Ma non si devono dare giudizi affrettati. Ancora non sapevo che a Cuneo ci sono le donne in vetrina, come ad Amsterdam, e che da qualche mese avevano aperto un sexy shop che faceva affari d'oro. «Tu dove stai?» mi chiese il siciliano.

«Per di là».

«Vieni dieci minuti da me, ci facciamo una bottiglia di vino». Io avevo del fumo. Ero stanco, ma accettai. Lui stava poco più in là. A Cuneo la distanza massima è un po' più in là. Questo è comodo. Non devi mettere ogni volta il culo in macchina. Quando cammino, ricomincio a sentirmi umano.

Lo seguii su per le scale dell'albergo, passammo per un corridoio stretto ed entrammo in camera sua.

Lui aprì il vino e io arrotolai una canna. Sarei rimasto a Cuneo tre giorni, tutto pagato. E solo perché avevo scritto un libro. Cominciavo a capire l'utilità della letteratura. Nel grande capannone della festa degli autori avrei avuto un tavolo con i miei libri e una sedia. I lettori potevano parlare con me, farmi domande sulla vita e sulla morte, magari chiedermi una dedica sul libro o dirmi che ero un coglione.