I conservatori che fanno la rivoluzione digitale

Il conformismo di sinistra domina la Silicon Valley, epicentro del libero mercato. Ma non tutti ci stanno

Siamo nella Silicon Valley, la fetta meridionale della Baia di San Francisco che dagli Anni Settanta è diventata l'epicentro mondiale del libero mercato. Qui regna il potere di quella che Schumpeter chiamava «distruzione creativa», fonte di ogni rivoluzione tecnologica e motore della crescita economica. Un luogo perfetto, almeno in teoria, per visionari stravaganti e capitalisti con gli attributi. Un posto pericoloso, in realtà, per chi ha idee differenti da quelle rigorosamente progressiste della maggioranza.

Politicamente, la deriva sinistra della Silicon Valley è un fenomeno storicamente accertato. Ma il pensiero unico non si ferma al dominio elettorale del Partito democratico. Questa «bolla» di ortodossia sinistrorsa ha infatti reso la Bay Area un posto in cui chiunque abbia idee vicine al pensiero conservatore viene osteggiato, deriso e molto spesso danneggiato professionalmente. Il caso più clamoroso è quello di Brendan Eich. Creatore del linguaggio di programmazione JavaScript e co-fondatore di Mozilla, Eich è stato costretto ad abbandonare la società da lui stesso creata, dopo una terrificante rivelazione. Pedofilia? Cyber-terrorismo? Niente di tutto questo: semplicemente, Eich nel 2008 aveva donato una piccola cifra alla campagna per il referendum per l'abolizione della legge sui matrimoni omosessuali. Apriti cielo! Eich è stato cacciato da Mozilla a furor di popolo, al termine di una raccapricciante caccia alle streghe progressista.

Naturale che, con questi chiari di luna, i repubblicani e i libertarian della Silicon Valley, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci tengano troppo a rendere pubbliche le proprie idee. La nomination di Donald Trump, poi, ha provocato più di una defezione. La più rumorosa è stata quella di Mark Cuban. Fondatore di Broadcast.com (acquistato da Yahoo! per 5,7 miliardi di dollari nel 1999), Cuban è l'eccentrico proprietario dei Dallas Mavericks e uno degli investitori fissi nel programma tv Shark Tank. Politicamente è un libertarian, grande fan di Ayn Rand, spesso indicato come possibile candidato del GOP. Eppure qualche giorno fa, a Pittsburgh (dove è nato), è salito sul palco con Hillary Clinton per fare l'endorsement ufficiale a favore dell'ex segretario di Stato. Non ha cambiato idea, assicura, ma Trump è per lui insostenibile.

Un altro libertarian pro-business finito con i democratici è Marc Andreessen, «inventore» del browser Netscape e uno dei più apprezzati investitori della Silicon Valley, siede oggi nei consigli direttivi di Facebook, eBay e HP. Nel 2012 si schierò apertamente con Mitt Romney, causando più di qualche mal di pancia tra i democratici californiani. Oggi sostiene la Clinton perché «su immigrazione, commercio e libero mercato» le sue idee sono nettamente migliori di quelle dello sfidante. Altra posizione apertamente contraria a quella di Trump arriva da Paul Graham, investitore-filosofo dalle posizioni poco mainstream. Qualche mese fa aveva teorizzato, attirandosi le ire di larga parte del mondo progressista, una sorta di «elogio» della diseguaglianza economica. Il GOP sarebbe naturalmente casa sua, se non fosse che l'attuale candidato repubblicano è considerato da Graham un pericolo per la stabilità degli Stati Uniti.

Uno che Trump non è riuscito a spaventare, invece, ma che anzi è stato tra gli speaker più efficaci alla Convention repubblicana di Cleveland, è Peter Thiel, co-fondatore e ceo di PayPal e primo finanziatore esterno di Facebook. Omosessuale dichiarato, evangelico e studioso del filosofo francese René Girard, Thiel era soprattutto conosciuto per le sue tendenze libertarian e per le sue donazioni milionarie alla campagna di Ron Paul nel 2008 e nel 2012. In questo ciclo elettorale, invece, ha deciso di esporsi in prima persona e si è candidato come delegato «trumpiano» in California.

Curiosa anche la storia di Steve Hilton: britannico, ex senior policy advisor di David Cameron a Downing Street, autore del bestseller More Human, si è trasferito da poco nella Silicon Valley per fondare la piattaforma di crowdfunding politico CrowdPac. Considerato dai conservatori britannici «troppo di sinistra», poteva essere la storia perfetta del moderato di destra che sceglie la Clinton. Invece no: qualche settimana fa ha definito l'ascesa di Trump come «una boccata di aria fresca», ricordando a tutti che The Donald «non è un pazzo» come cerca di descriverlo certa stampa ma «un candidato pragmatico e non ideologico: esattamente quello che la gente vuole».

Un capitolo a parte meritano Meg Withman e Carly Fiorina. Se chi lavora nella Silicon Valley e ha simpatie conservatrici è «coraggioso», chi riesce addirittura a candidarsi per il GOP è come minimo un eroe. Loro, due donne, hanno mostrato molti più attributi di tanti maschietti. Meg Withman è l'attuale presidente e ceo di HP ed è nota al mondo economico per aver reso possibile il miracolo di eBay, portando in dieci anni il suo fatturato da 4 milioni a 8 miliardi di dollari. Meg, fieramente repubblicana, aiuta Romney nelle primarie 2008 e due anni dopo si candida a Governatore in California: perde contro Jerry Brown ma si afferma come uno dei personaggi più interessanti sulla scena politica statunitense. Nel 2016 ha sostenuto Chris Christie fino al suo endorsement per Trump: lì ha scelto di fermarsi. Negli ultimi giorni ha dichiarato il suo appoggio alla Clinton.

Per certi versi la storia di Carly Fiorina è molto simile, finale incluso. Ceo di HP dal 1999 al 2005, Fiorina è stata la prima donna alla guida di una società nella Top-20 di Fortune. Attiva nella campagna di McCain nel 2008, due anni dopo ha corso per un posto da senatrice nel seggio impossibile della California. Sconfitta scontata contro Barbara Boxer, ma anche per lei riflettori accesi su un possibile futuro in politica. Alle recenti primarie è stata una dei 16 sfidanti di Trump, prima di re-inventarsi possibile vice in un ticket con Ted Cruz.

Qualche personaggio controcorrente, magari poco esposto pubblicamente ma pronto a finanziare idee e partiti «non di sinistra», si trova anche nella vasta schiera di amministratori delegati che gestiscono le aziende della Silicon Valley. Il nome più celebre è senza dubbio quello di Larry Ellison, fondatore di Oracle e ormai da decenni stabilmente nella Top 10 delle persone più ricche del pianeta. Tra i suoi candidati repubblicani preferiti: Romney e Rubio.

In Intel troviamo invece il presidente Craig Barret e il ceo Paul Otellini. Simpatie repubblicane anche per Michael Dell (fondatore di Dell), per il ceo di AOL, Tim Armstrong, e per il fondatore di Sun Microsystems, Scott McNealy, che ha donato a Romney, McCain e Fiorina e che è sempre stato molto esplicito nelle sue critiche pubbliche a Obama.

Le fortissime pressioni sociali che costringono al silenzio le seconde e terze file dei colossi della Silicon Valley, insomma, non riescono ad ottenere lo stesso effetto con personaggi in grado di gestire enormi quantità di capitali. E poi dicono che il denaro non rende liberi.