I "fake"? Storia (molto) vecchia Parola di Monaldi&Sorti...

«I dubbi di Salaì» sfata il mito della «razza superiore» germanica. Tra falsi, complotti e un Leonardo imbranato

Stefania Vitulli

Solo a leggere la lista dei comprimari del nuovo romanzo storico I dubbi di Salaì (Baldini&Castoldi, pagg. 400, euro 22; in uscita il 31 agosto) di Monaldi&Sorti, si può sbiancare: a parte Salaì medesimo, di cui tra poco vi daremo ragione e storia, troviamo Leonardo da Vinci, Papa Alessandro VI Borgia e suo nipote Cesare, Niccolò Copernico e pure l'altro Niccolò, Machiavelli. Sarebbe più che sufficiente, non fosse che tutti servono solo da sfondo a un ben più nutrito gruppo, che attraversa i secoli di storia della Germania. Intesa come il testo di Tacito, ovvero l'opera che affermava che i Germani sono moralmente e fisicamente superiori ai Romani corrotti e che appartengono a una razza pura. Proprio i principi che, dopo la rielaborazione avvenuta durante la Riforma, vennero poi accolti dal nazismo.

Ora, com'è possibile ficcare tutto questo in un magistrale intreccio condito con lazzi e frizzi picareschi e un io narrante dall'ortografia improbabile e dunque gustosissima? E com'è possibile che lo scopo non sia soltanto una doppia e tripla ricostruzione storica, ma soprattutto l'analisi della diffusione del «fake», a partire dalla falsificazione dei documenti storici e dei manoscritti greci e latini, passando attraverso umanesimo, crisi del potere della Chiesa, Riforma protestante, continuità tra mondo classico e ideologia nazista, scoperta dell'America e complottismo?

Ecco qui: intanto, I dubbi di Salaì è costruito come una raccolta di 68 lettere fittizie scritte appunto da Salaì, al secolo Giangiacomo Caprotti, nato a Oreno nel 1480 e morto a Milano nel 1524. Pittore, apprendista e ragazzo di bottega di Leonardo da Vinci e suo figlio adottivo dall'età di 10 anni, Caprotti viene soprannominato da Leonardo «Salaì», cioè il feroce Saladino, per il suo carattere incontenibile. Questa voce narrante, attraverso le lettere, racconta in prima persona le sue peripezie a un anonimo corrispondente di Firenze (che alla fine si scoprirà essere Niccolò Machiavelli) a cui deve rendere conto della sua missione. E le peripezie son talmente tante e intricate che Monaldi&Sorti partono con i dubbi di questo primo volume e proseguono poi con L'uovo di Salaì e La Riforma di Salaì in arrivo in primavera e autunno 2018: dal (vero) viaggio compiuto a Roma con Leonardo da Vinci nel 1501 si passerà per Firenze e poi per la Germania, fino alla misteriosa morte, dovuta a un colpo di archibugio sparato da ignoti.

Salaì dunque è un personaggio storico, mentre le sue lettere non sono mai esistite. Alla coppia letteraria però servono, eccome, per sbugiardare l'autenticità del libro madre di tutti i cult germanici, ovvero appunto la Germania. Rita Monaldi e Francesco Sorti, infatti - marito e moglie nella vita, ri-creatori del genere romanzo storico con titoli come Imprimatur e Dissimulatio seguendo le orme di filologi illustri, ammantano innanzitutto di sospetto il ritrovamento del testo di Tacito: nel 1455 ne arrivò in Italia l'unico manoscritto sopravvissuto al Medioevo e mentre Poggio Bracciolini lo pubblicò subito, il manoscritto originale scomparve. E qui scattano i lazzi di Salaì: quando decifra l'etnografia di Tacito, sghignazza a più non posso per via dei travestimenti queer dei preti germanici, che leggevano il futuro nel vapore che sbuffava dalle froge dei loro cavalli; delle descrizioni dei Catti, simili a una mandria di mostri pelosi e di quella bevanda derivata dai cereali che Tacito fatica a chiamare «birra». Un Tacito, quello letto da Salaì, che fa sbellicare, ma che non si ritrova affatto nelle versioni puriste - o purgate? o false? che esaltano la lode della razza.

E allora i due autori-sbeffeggiatori ri-costruiscono intrigo a uso di intrigo: nei diari del cerimoniere papale Burcardo di Strasburgo vengono imputati al papa Borgia ultrasessantenne delitti e orge, balletti di prostitute in Vaticano, la nomea di avvelenatore e la paternità del suo stesso nipote. Ma proprio Burcardo era a Strasburgo un falsario di manoscritti e lo stesso suo diario sarebbe un falso. E quindi anche il Tacito della Germania - che accusa i Romani corrotti - sarebbe stato costruito ad hoc per avallare l'idea di una Roma pontificia puttana di Babilonia dalla quale la Germania deve separarsi. Il cerchio pare chiudersi. Manca solo Leonardo: che c'entra in tutti questi fake e fakemaker? Il suo pecoreccio discepolo Salaì trasforma l'eroe kitsch di Dan Brown in un imbranato, che siccome non riesce a terminare nessun dipinto, copia, e pure male, le sue macchine da antichi manoscritti greci e si ritrova con aggeggi inservibili per l'eternità.

Ammirevole per apparato critico, lungo apologo finale, linguaggio delle lettere, il primo volume di questa trilogia (già uscita in Olanda, dieci anni fa) conquista soprattutto per l'audacia della coppia di autori nel far crollare le costruzioni storiche, vacillare cattedre e mettere alla gogna le edizioni filologiche. Ma soprattutto nell'indicare al contemporaneo credulone digitalizzato quanti antenati analogici lo abbiano preceduto, quanto illustri siano stati e quanto liberatorio sia riderne persino per uno zotico, anche se il più grande genio universale lo chiama «Salaì».