"I film hanno senso se basati sulla realtà Anche gli action"

La star esordisce in una storia di genere, come protagonista e produttore. «Niente violenza gratuita. E c'è una vera trama»

«Ogni film che interpreto deve contenere realismo, elementi di verità e “di mondo”, altrimenti il cinema non ha senso! The Gunman contiene tutto questo, non avrei mai potuto interpretare un action fine a se stesso...». Parlare con il divo anticonformista Sean Penn può essere un privilegio o una condanna, a seconda del suo umore. Oggi è in splendida forma.

Siamo a Parigi per la presentazione di The Gunman di Pierre Morel ( Io vi troverò ), in cui l'attore americano è protagonista assoluto. The Gunman è ispirato (molto) liberamente al romanzo Posizione di tiro di Jean-Patrick Manchette - storia di un killer professionista, ma innamorato - che aveva già avuto una versione cinematografica ( Il bersaglio di Robin Davis, 1982). \ Mentre ci racconta il suo «primo action movie», che ha anche prodotto e cosceneggiato, fuma sigarette a ripetizione. Ma non aveva smesso? «Sì, ma poi ho ricominciato... comunque provo ancora a smettere!», dice, sorridendo e accendendosene un'altra.

Come mai solo a cinquantaquattro anni ha finalmente preso parte a «un film di genere»?

«L'età non c'entra! Questo non è soltanto “un film di genere”! Non ho niente contro i generi - dall'action alla commedia - ma per me un film deve partire dalla realtà. Sono nato nel 1960 e appartengo a una generazione fortunata, quella che in fase adolescenziale ha potuto godere dell'ultima grande era del cinema americano! Se mi chiedi qual è il mio film preferito ti direi Lo spaventapasseri (di Jerry Schatzberg con Gene Hackman e Al Pacino, nda )! I giovani attori di adesso, invece, ti citerebbero un film che ha per protagonista una cosa con ventotto braccia che esce da un'automobile. Di quei film si possono apprezzare la fattura, gli effetti speciali, i trucchi, ma non è il tipo di cinema a cui voglio prendere parte».

E The Gunman?

«Non è un semplice action, è privo di quella che chiamerei “pop violence”: la violenza senza conseguenze tangibili. Il mio personaggio, Jim Terrier, è un ex militare che lavora per proteggere una ONG in Congo. Le sue azioni violente hanno sempre delle conseguenze sulla realtà». (...)

Il combattimento più memorabile per lei sul set di The Gunman?

«Mi ha aiutato lottare con persone esperte come il “cattivo” Peter Franzén, con cui ho l'intenso combattimento corpo a corpo nel finale (in Spagna, nel corso di una corrida, nda ). Lui aveva già un lungo curriculum nel cinema di arti marziali. Comunque quasi tutti gli attori del film hanno voluto fare i propri stunt, senza controfigure. Anche nella sequenza in mezzo alle fiamme: siamo proprio io e Jasmine a farci largo nel fuoco».

Il suo personaggio fuma come una ciminiera! Anche questa è una dichiarazione di anticonformismo rispetto al cinema mainstream?

«No, nessun messaggio anticonformista. L'elemento del fumo è sempre e solo una connotazione realistica del personaggio. Ho incontrato molti militari che come Jim Terrier sono addetti alla sicurezza in Africa e molti di loro fumano...».

Al momento ha una fidanzata «d'alto profilo», la diva Charlize Theron. È fonte d'ispirazione creativa per lei?

«Aspetti un attimo, rivedrei quella parola, “fidanzata”! Entrambi diremmo che “c'è una relazione fra noi due”! L'ispirazione creativa fra me e Charlize è reciproca da almeno vent'anni! Io la stimavo come attrice e lei stimava me. Siamo stati amici per lungo tempo e infine è capitato che fosse la protagonista di The Last Face , che ho diretto dopo le riprese di The Gunman . Charlize è il sogno di qualsiasi regista: è piena di idee e inventiva. Ha infiniti talenti e una gran testa!».

È stato difficile trovare la giusta distanza con lei sul set di The Last Face , dato che è anche la sua partner nella realtà?

«No, avere un buon rapporto con Charlize è la cosa più facile del mondo, di qualunque tipo di rapporto si tratti. È l'attrice modello per qualsiasi regista. Inoltre il fatto che The Last Face fosse girato in Sud Africa, il suo paese natale, l'ha coinvolta emotivamente ancora di più».

Venire in Europa a presentare film le consente un po' più di libertà e di respiro dai paparazzi?

«Diciamo che quando vengo a presentare l'anteprima di un film ci sono comunque i paparazzi europei, specie se viaggio con un certo tipo di partner (ride, nda )... Ora per esempio, mentre parliamo, i paparazzi sono appostati in strada, qua sotto! \ Tendenzialmente però venire in Europa mi consente sicuramente una libertà maggiore. È bello trovarsi in un ristorante con attori o registi francesi a parlare liberamente di cinema o di qualsiasi cosa, senza scocciatori, come raramente potrebbe capitarmi in America!».