I fratelli Coen stile cowboy non riescono a stare in sella

"The Ballad of Buster Scruggs", diviso in sei episodi, nonostante i grandi attori sembra un lavoro a metà

Per i fratelli Coen, dare il cinema western per defunto è una notizia «fortemente esagerata», come osservò Mark Twain quando appresa dalla stampa di essere morto. «Mentre giravamo a Santa Fè The Ballad of Buster Scruggs, c'erano molti altri set al lavoro, sia televisivi sia cinematografici, e in gran parte riguardavano film western. Se ne fanno oggi molti di più di quanti se ne facessero negli anni Quaranta e Cinquanta... Certo, da bambini anche noi siamo cresciuti con quel genere, ma la verità è che a noi piace il cinema in sé, dai corti ai film a episodi, e insomma non c'è dietro quest'ultima pellicola alcuna intenzione post-moderna, tantomeno una consapevolezza. Si dice sempre che siamo ironici, dissacranti. In realtà, siamo semplicemente degli entusiasti».

Presentato ieri in concorso, The Ballad of Buster Scruggs, produzione seriale Netflix, è una sorta di antologia del genere: c'è il cowboy cantante e quello in stile «spaghetti», il predicatore-attore ambulante e il cercatore d'oro, la diligenza e le carovane, la prateria e le montagne. «I paesaggi sono parte integrante della storia. Abbiamo girato in Nebraska, nel Nuovo Messico... Sono paesaggi iconici». Ogni singola storia rimanda in qualche modo alle altre, demistificando all'inizio, il pistolero troppo sicuro di sé, il rapinatore troppo stupido, per poi rientrare sempre più nello spirito della frontiera, anime semplici, natura selvaggia, violenza subita e violenza amministrata...

L'impressione è che la parcellizzazione in sei storie sia più il frutto di un'idea di serie televisiva poi abbandonata in fase di lavorazione, ma i fratelli Coen la respingono seccamente. «No, abbiamo pensato a un film antologico fin dall'inizio e tutto quello che è stato scritto riguardo a questa ipotesi televisiva sono stupidaggini. Erano storie che ci portavamo dietro da anni, scritte di volta in volta e poi messe in un cassetto aspettando l'occasione buona. Quando le abbiamo riunite ci è sembrato che potessero funzionare con un racconto corale, una sorta di enciclopedia iconografica».

Interpretato da attori come James Franco, Tim Blake Nelson, Liam Neeson, Tom Waits, The Ballad of Buster Scruggs si avvale di alcuni dei tic autoriali tipici dei Coen, l'humour nero e/o macabro, l'effetto sorpresa a cui si aggiungono il gusto sicuro dell'inquadratura, la purezza della luce e del suono. Eppure, proprio la struttura a episodi dà come l'idea di non averci creduto fin dall'inizio, una sorta di fondi di magazzino rimessi insieme per l'occasione e rilucidati con cura. Realizzato interamente in digitale, il più lungo sinora dei loro film, (132 minuti), The Ballad of Buster Scruggs ha alcuni dei tratti demitizzanti del precedente il Grinta, senza però averne la potenza. Divertissement che piacerà ai fedelissimi dei Coen, è uno di quei film che poco aggiungono alla loro più che onorevole carriera.

Resta sul tappeto il tema se il western, come genere, abbia ancora qualcosa da dire, di là dal suo essere comunque praticato. Ma è un tema che ha come punto di partenza il prenderlo comunque sul serio o, all'opposto, il contestarne l'essenza alla radice. L'impressione è che i Coen siano rimasti ad abbeverarsi in mezzo al guado. Né Gli spietati, né Mezzogiorno e mezzo di fuoco...

Quello che resta, insomma, è l'impressione di una frammentazione estrema, un qualcosa cioè che è in contraddizione con la linearità del western in quanto tale, genere che ha una sua logica e una sua ragion d'essere tutta particolare. Girarci intorno, crederci e non crederci, irriderla, alla fine non porta da nessuna parte e i fratelli Coen dovrebbero essere i primi a sapere che quando si smonta un giocattolo, spesso nel rimontarlo non tutti i pezzi si incastrano e quello che vien fuori è il moncherino di ciò che c'era prima.