"I medici non giudicano. Smascherano i bugiardi"

Autore del noir "L'uomo che dorme" e psichiatra al servizio dei tribunali. "La follia è un alibi"

Antonio Costanza dorme poco. La notte gli si scatena l'adrenalina, sia quando fa i turni in carcere, sia quando li fa in ospedale. Ma anche quando si lancia nella movida della sua Salerno. È un medico abituato ad ascoltare gente che eviterebbe volentieri: figli incompresi, madri egoiste, padri crudeli, disadattati cronici, finti pazzi. Fa lo psichiatra ed è consulente per il Tribunale per crimini violenti. Ha qualche fobia, ma sa interrogare le persone. Il dottor Costanza è il protagonista de L'uomo che dorme (Rizzoli, pagg. 350, euro 17) primo romanzo dello psichiatra Corrado De Rosa che narra l'indagine sulla morte di due anziane prostitute trovate morte dopo esser state seviziate. Con tono nero e amaro l'autore racconta il mestiere di un uomo che ha capito quanto il male sia spesso frutto di ordinaria razionalità, non di eccentrica follia. Non a caso la storia viene raccontata da un medico che nelle sue perizie certifica la reale o simulata infermità mentale dei criminali.

Dottor De Rosa, è facile capire se una persona mente o no?

«È difficilissimo. Lie to me, dove il protagonista smaschera i bugiardi scrutandone il viso, è bella, ma è fiction. La realtà è più complessa e, paradossalmente, semplice. Complessa perché il linguaggio non verbale, da solo, non risolve i casi. Semplice perché per inseguire segni impercettibili si perdono di vista cose elementari».

Quali criteri applica per affermare che chi le sta di fronte è matto o sano di mente?

«Cerco di evitare voli pindarici. La psichiatria non è branca di certezze, non ha Tac o risonanze magnetiche che confermano l'esistenza di un disturbo. Quindi il rischio di creatività diagnostica è alto. Ma ha segni e sintomi, indicatori di simulazione, terapie efficaci. Molto ci dicono le storie delle persone: se non sei mai stato visitato da uno psichiatra e non sei mai stato ricoverato, non puoi improvvisamente ammalarti di schizofrenia a 50 anni».

Lei ha scritto alcuni saggi in cui spiega come le perizie abbiano avuto un ruolo decisivo negli anni della «strategia della tensione».

«Fin da piazza Fontana, molti processi sulle vicende di quegli anni si sono giocati a colpi di perizie. Con il rischio di trasformare le trame della coscienza sporca dell'Italia in una farsa recitata da un manipolo di pazzi».

Perché spesso i criminali ricorrono alle perizie, una volta reclusi?

«Perché attraverso medici compiacenti, o sprovveduti, possono ottenere proscioglimenti, riduzioni di pena, sospensioni dei processi e scarcerazioni. In sintesi, l'impunità».

Ci sono altri sistemi di strumentalizzazione della follia?

«Il più pericoloso è la delegittimazione. Quando Aldo Moro fu rapito, lo Stato coinvolse i criminologi per riservarsi la possibilità di dire che, se la vittima avesse dichiarato cose sconvenienti alle Br, lo aveva fatto perché impazzito. La morte di Peppino Impastato fu spacciata per il suicidio di un ragazzo pieno di problemi. In Tunisia, nel 1987, Ben Ali sostituì Habib Bourghiba: un gruppo di medici ne certificò l'incapacità psicofisica, non poteva governare perché soffriva di Alzheimer. Fu un colpo di Stato sanitario».

Lei si è occupato del processo di Piazza della Loggia. Che cosa è emerso?

«Mi ha colpito dover lavorare su una tragedia avvenuta quando non ero ancora nato. Ho valutato, per la Procura di Milano, se uno degli imputati poteva partecipare consapevolmente al processo. Era anziano e con problemi di salute, ma le difficoltà cognitive erano frutto di un fisiologico decadimento senile che non gli ha impedito di parlare della vita e della professione, della sua passione per la Juventus, di spiegarci che si riteneva vittima di un errore giudiziario. I medici non trovano colpevoli, stabiliscono se chi sostiene di aver diritto a benefici di giustizia per causa di malattia può beneficiarne. In quel caso, non poteva».

Spesso lei si è trovato davanti a mafiosi e ha certificato la loro salute mentale. Come ci si muove in quelle situazioni?

«Come davanti a un ladro di galline: con rispetto dei ruoli e chiarezza su ciò che si sta facendo. Senza dimenticare che c'è chi finge e chi sta male sul serio. Nel caso dei mafiosi, soprattutto dei capi, i problemi riguardano l'elevato grado di capacità corruttiva a tutti i livelli della filiera peritale, l'uso di un linguaggio allusivo, per metafore e passivo-aggressivo, e la necessità, per aprire un canale di confronto, di trovare il codice giusto».

Lei ha anche esplorato le menti dei jihadisti scrivendo alcuni testi. Che tipo di quadro è emerso dalle sue ricerche?

«Molto complesso. Considerare matto chi ha inseguito il miraggio dello Stato islamico è una semplificazione pericolosa: le ragioni vanno diversificate. Per chi vive nelle terre in cui si è territorializzato ha rappresentato la speranza in un welfare, alternativo alla povertà, offerto da un sistema criminale organizzato. Per i foreign fighters pesano disagi e problemi personali, ma non necessariamente vere malattie psichiatriche. Solo nel caso dei cosiddetti lupi solitari la follia sembra avere un ruolo maggiore».

Perché ha sentito l'esigenza di scrivere un romanzo come L'uomo che dorme? Che cosa voleva raccontare?

«Una storia che lasciasse intendere quante insospettabili somiglianze ci siano tra chi è considerato una persona normale e un assassino. E stimolare un dibattito su un argomento centrale per leggere il nostro tempo: non tutti i comportamenti incomprensibili sono frutto di follia».

L'immagine che ne esce della sua Salerno?

«Un posto che oscilla tra l'ambizione di essere una grande città e il vizio di mettere la cenere sotto il tappeto. Nonostante questo, un compromesso ragionevole per vivere al sud».

Quanto le somiglia l'immaginario del dottor Costanza?

«Antonio Costanza ha paura dei cani e tifa per la Salernitana come me. A parte questo, pochissimo».