I misteri del mare narrati da una "viaggiatrice d'acqua"

Ippocampi, narvali e miti in un libro che celebra il "rito di fusione assoluta" con la Natura

Questo nuovo prezioso, lieve e profondo libro di Valentina Fortichiari è dedicato al nuoto, all'acqua, al mare, alle creature marine e a quelle umane che del mare subiscono la fascinazione.

E non caso si intitola La cerimonia del nuoto (Bompiani), perché le sue pagine iniziali e quelle finali propongono al lettore un viaggio cerimoniale, quasi sacrale, per cogliere quel rapporto mistico che si instaura tra chi nuota e l'acqua quando ci si sente soli con se stessi, sospesi nell'elemento liquido, nello stato di grazia indicibile, senza età, senza nome, senza identità, senza passato e futuro in un perfetto hic et nunc, puro movimento, pulsazione, respiro: in una sintonia con le correnti di energia del cosmo. Significativa e calzante è la citazione da D.H. Lawrence, uno degli ultimi uomini occidentali che ha avuto una visione organicistica e vitale della Natura e dei suoi elementi, per cui l'acqua oltre a contenere l'idrogeno e l'ossigeno della formula chimica contiene anche un terzo elemento, che è il mistero della propria essenza. Il nuoto ha per questa autrice, nella sua vita oltre che nella sua ricerca letteraria, un valore indicibile. È una pratica rigorosa, ascetica, di compostezza, di stile.

Quando scendo al mare sotto casa mia, riconosco sempre anche da lontano la sua bracciata ritmica e la perfezione del suo procedere sul dorso: Valentina Fortichiari qui non è più l'intellettuale che ha avuto un posto di rilievo nell'editoria milanese, ma una nuotatrice agonista che ha sviluppato una sua filosofia privata del nuoto, quando nell'abbandonarsi alla profonda sinfonia del mare sente la verità di tutto quello che conta, l'amicizia, l'amore, la memoria, la nascita, la vita, la morte. I racconti di cui consta il cuore del libro sviluppano in chiave ora più descrittiva, ora più narrativa, ora quasi fiabesca e mitica, i temi di cui abbiamo parlato. Lo sguardo dell'autrice si ferma affettuoso su una delle più belle creature marine, l'ippocampo, la cui grazia sembra assumere per lei una valenza simbolica: con la scoperta che è il maschio, tra gli ippocampi, a covare le uova nella sua sacca ventrale.

Ma poi lo sguardo sa cogliere anche gli aspetti tristi, cruenti, abissali della vita marina: ed ecco le foca finita dalle onde delle Hawaii allo zoo di Milano, il capodoglio solitario, lo squalo che scopre la dolcezza della carne di delfino e che non ha pietà del naufrago vittima di un disastro aereo, e soprattutto il tonno di corsa che ritorna alla tonnara di Carloforte per compiere la propria vendetta su un tonnarotto crudele. Poi man mano nei racconti diventano centrali le figure umane, la bambina di 11 anni che assiste alla lotta terribile dei narvali, unicorni degli oceani, nella stagione degli amori, Huginn, il cacciatore di foche artiche, Arya che cerca nel fiordo una megattera per nuotare con lei. Ma il racconto più complesso, con due voci narranti, è quello che chiude il volume, «Mio padre, nuotando»: dove una figlia, ancora Arya, compie con il padre una nuotata che io definirei iniziatica, e dove ricorre una bellissima descrizione dell'aurora boreale, «onde di luce colorata che danzano come dervisci».