I nostri «cervelli» del cinema? Fanno film italiani... all'estero

Ora non è dalla particolare rima dei cognomi che si giudicano i registi ma dal coraggio, dalla fantasia, canterebbe un De Gregori cinefilo. E non ci andrebbe lontano. Perché sono doti che di certo non mancano a Chiarini, Cremonini, Minervini, Pasolini. Il poker di registi, insieme ad Andrea Pallaoro, di cui l'Italia dovrebbe andare più fiera ma che invece, complice anche la loro fuga all'estero, passano quasi inosservati. Lontani come sono dall'italico sistema produttivo, non solo dalla compagnia di giro che conosce a menadito i corridoi ministeriali dove lasciare antiche carte bollate in cerca di finanziamenti, ma proprio mille miglia distanti dal solito orizzonte degli eventi del nostro cinema spesso rinchiuso in un recidivo racconto di storie se non in uno sguardo registico cristallizzato.
Qui non si tratta di mitizzare il luogo comune della fuga di cervelli quanto di testimoniare come un certo allontanamento dagli attuali standard produttivi porti a una salutare liberazione di energie e idee. Non è certo un segreto che nell'ultimo anno alcuni tra i migliori film italiani sono stati realizzati da registi in giro per il mondo. Autori di un cinema apolide che difficilmente riesce a essere catalogato. Fate pure una prova, andate al cinema a vedere Still Life, definito dal nostro Maurizio Acerbi «un piccolo capolavoro», storia di un impiegato comunale londinese incaricato di trovare il parente più prossimo di chi è morto in solitudine, e solo dopo riflettete sul fatto che dietro la macchina da presa c'è un regista italiano. Possibile? L'avreste mai detto? No, certo. Perché non sembra proprio un film di un italiano. Cosa che di per sé, ovviamente, non è un valore ma è un fattore interessante quando c'è di mezzo anche la qualità filmica. Testimoniata, se ce ne fosse bisogno, dal premio vinto da Uberto Pasolini (che è stato anche il produttore di Full Monty) per la migliore regia nella sezione Orizzonti dello scorso festival di Venezia.
L'esempio della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica è importante perché proprio il festival diretto da Alberto Barbera negli ultimi due anni si è distinto nell'intercettare questo fenomeno dei nostri talenti che lavorano all'estero. Era successo nel 2012 con High Tide del 43enne marchigiano, ma da anni statunitense, Roberto Minervini che l'anno scorso con Stop the Pounding Heart, il capitolo conclusivo della sua trilogia texana, è approdato addirittura al festival di Cannes. È accaduto nuovamente nel 2013 con Medeas, anch'esso ambientato nella provincia americana più profonda, esordio del trentenne Andrea Pallaoro che dal Trentino a 16 anni ha avuto la fortuna di trascorrere un anno di studio negli States e ora vive a Los Angeles. Sempre dall'estero piovono i massimi riconoscimenti, Minervini è stato paragonato a Rossellini e Bresson anche se lui ama di più definirsi «zavattiniano» per la fedeltà ai personaggi, mentre Pallaoro ha ricevuto il lusinghiero giudizio dell'Hollywood Reporter («Medeas è un debutto notevole che promette grandi cose a venire») prima di ricevere il premio alla regia al recente festival di Marrakech direttamente dalle mani di Martin Scorsese presidente della giuria.
Così, in questo solco vivifico, si colloca l'interessante scelta della Biennale College di sostenere il primo lungometraggio di Duccio Chiarini, ora in fase di produzione, che verrà presentato a settembre al prossimo festival di Venezia. Chiarini ha studiato nel Regno Unito alla London Film School proprio come un altro nostro talento, Giacomo Cimini (ah questi cognomi!), romano classe 1977, che ora sta concludendo l'auto-produzione (anche grazie al «crowfunding» su Internet) del cortometraggio fantascientifico (ah la fantascienza questa sconosciuta in Italia!) The Nostalgist tratto dall'omonimo racconto di Daniel H. Wilson.
C'è poi chi è ben piantato in Italia ma non fa film ombelicali. È il 40enne Alessio Cremonini che con Border, prodotto da Francesco Melzi d'Eril con il contributo di alcune guest star come la conduttrice Victoria Cabello e la scrittrice Ilaria Bernardini, è approdato allo scorso festival di Toronto, raccontando il conflitto siriano (la sceneggiatura è firmata con Susan Dabbous, la giornalista italo-siriana rapita e poi liberata nell'aprile dello scorso anno). Facendo inoltre di necessità virtù perché un po' di Siria è stata girata in Italia come successe con la Palestina di Private di Saverio Costanzo (non a caso Cremonini ne era lo sceneggiatore) «ricostruita» in Calabria.
Perché si può uscire dall'Italia senza dover nemmeno andare all'estero.