I novant'anni di Bergonzi, il più grande «tenore di Verdi»

Nel trascorso bicentenario di Giuseppe Verdi il nome di Carlo Bergonzi è risuonato spesso, come merita quello un tenore che si può fregiare come pochi altri del titolo di «verdiano». Un legame sigillato non solo per ragioni native, ma anche per il numero delle parti (verdiane) sostenute - anche se ha avuto un repertorio vasto. Signori, il catalogo è questo: Adorno (Boccanegra), Don Alvaro (Forza del destino), Riccardo (Ballo in maschera), Don Carlo, Radamès (Aida), Manrico (Trovatore), Alfredo (Traviata), il Duca di Mantova (Rigoletto), Ernani, Rodolfo (Luisa Miller), per rimanere solo ai ruoli cantati in teatro. Il Cavalierato di Gran Croce verdiano gli spetta anche per molteplici altre ragioni: per il suo canto sempre sano e schietto, per la dizione esemplare con cui ha scolpito i recitativi (magistrale quello sublime e drammatico, «Oh, Fede negar potessi!», che precede l'estatico «Quando le sere al placido»), per il fraseggio virile e il «legato» (unico il suo «Ah sì ben mio», prima della «Pira»), per gli acuti generosi e le sublimi filature piano (come quando sognava di offrire ad Aida un trono vicino al sol, con un si bemolle acuto pianissimo e «morendo», di solito sberciato dai Radamès di turno). Di recente la Decca ha ristampato 31 arie verdiane (incluse nel cofanetto Bergonzi - The Verdi Tenor) che compongono uno straordinario tour de force che solo un artista come Bergonzi poteva affrontare. Egli passa magistralmente dal registro lirico a quello «spinto» e drammatico. Anche la data di registrazione di quelle arie (1974) ha il suo peso. Dimostra quanto la tecnica di Bergonzi gli consentisse prestazioni di questo livello in una meravigliosa e lunga estate di San Martino. Oggi Bergonzi ha raggiunto 90 anni. Per questo compleanno gli possiamo soltanto ripetere un parola verdiana che il Gran Vegliardo indirizzò al giovane fenomeno Arturo Toscanini: «Grazie, grazie, grazie».