I personaggi di Andreasi serviti su un cabaret

Francesco Mattana

Uno, nessuno, centomila. Felice Andreasi (1928 - 2005) è stato pittore e attore, scrittore umoristico e musicista, conduttore di programmi sui generis e indefesso cercatore di funghi nelle campagne astigiane. L'Andreasi cabarettista era soltanto una delle sue tante facce. Certamente la più conosciuta, nonostante lui si definisse «pittore con l'hobby della recitazione». Ma al di là delle modestie, quei racconti da lui ideati e portati in scena è giusto che vengano sottratti al rischio dell'oblio. Ci ha pensato la collana «Veni, vidi, risi» di Ultra Edizioni a riproporli, in un volume intitolato Lo zio buono (pagg. 128, euro 13,90). «Zio buono» era l'appellativo cucitogli da Lino Toffolo, partner di lavoro al Derby e poi in tv ne Il poeta e il contadino, insieme a Enzo Jannacci e a Cochi e Renato. Jannacci, scoprendolo in un localino torinese gli disse: «le sue cose sono belle». Quelle «cose» sono ora a disposizione delle ultime generazioni, grazie a questo libro.

Dando un'occhiata all'indice appaiono titoli anonimi come Caffè bollente, La mutua, Un uomo pacifico, ma una volta scoperto di che cosa parlano ne traspare l'originalità. Ognuna di quelle storie è un saggio di lucida perfidia, con protagonisti che combinano un mucchio di stranezze senza rendersene conto. Scorrono fra le pagine uomini che distrattamente si buttano dal quattordicesimo piano e giovani attratti dalle vecchie col «tic nervoso», gatti malefici portatori di tetano e mogli bruciate, le quali una volta liquefatte sporcano la moquette. La fantasia di Andreasi aveva riferimenti letterari precisi. Primo fra tutti Baudelaire, di cui lesse con avidità i Poemetti in prosa. Poi Guido Ceronetti, che fu suo compagno di banco al liceo Rosmini e con il quale, prima di avviare un sodalizio culminato nella grottesca poesia Il tradotto, si divertiva da ragazzino a lanciare aerei di carta.

Andreasi possedeva solide basi culturali e a «coltivarlo» furono intellettuali di spessore tipo Carlo Levi, che lo istruì sulla pittura e più in generale sul mondo. Questo attore per caso che Gigi Proietti vedendolo la prima volta scambiò per un «grande mimo di scuola francese», ha creato personaggi che non sfigurerebbero, come diceva il suo estimatore Giovanni Arpino, davanti ai «tragicomici figuri di Achille Campanile». Manca un «Meridiano» Mondadori che lo consacri ma lui, citando la poesia ceronettiana di cui sopra, chioserebbe col lapidario «me ne fotto».