Imbarazzo, veleni e sospetti sull'esclusione di Zecchi dal Campiello

E anche l'avvicendamento di Calimani sembra una «punizione»...

Luigi Mascheroni

Nella vita culturale italiana ciò che contraddistingue gli intellettuali raramente è una presa di posizione forte e chiara. Più spesso, oggi come ieri, è il silenzio.

E così sul premio Campiello, da due giorni, non tira un filo d'aria. Bocche chiuse e calma piatta. Eppure i motivi per parlare ci sarebbero. Giovedì il Comitato di gestione del premio letterario ha comunicato la sostituzione di due membri della giuria. Tutto (sia chiaro) a norma di regolamento, che prevede - saltuariamente... - un turnover. L'anomalia però sta nel fatto che uno dei due giurati è il filosofo Stefano Zecchi, storico collaboratore del Giornale, il quale lo scorso anno aveva pesantemente criticato i meccanismi di selezione del premio: troppi i titoli da leggere, in tempi troppo brevi, e prevalenza del criterio «dei soliti noti»: si finisce per scegliere - indipendentemente dal valore letterario del libro - chi ha buona stampa e recensioni, «possibilmente nel circuito de La Repubblica», disse allora il professore...

Mentre il secondo giurato rimpiazzato è Riccardo Calimani, il quale, guarda caso, alla fine del 2016 si era fatto promotore di un appello per tenere fuori il premio dalle beghe che avevano investito i vertici industriali, col presidente regionale veneto di Assindustria Roberto Zuccato che si era scontrato con l'allora presidente del Comitato di gestione Valentino Vascellari (sostituito da Andrea Tomat, il quale ha firmato le nuove nomine). Sentito dal Giornale, lo stesso Calimani ha preferito il no comment: «Qualsiasi parola sarebbe mal interpretata».

Insomma, scaricare Zecchi dopo solo un anno di incarico, e Calimani dopo un lungo onorato servizio, è più che legittimo. Ma lo è anche pensare male. La loro «sostituzione» profuma di vendetta.

Ieri, invece, sul premio letterario organizzato da Confindustria Veneto spirava un inquietante silenzio. Ad eccezione del Giornale, nessun quotidiano ha collegato le «uscite» pubbliche di Zecchi e Calimani lo scorso anno e le loro «uscite» dalla giuria oggi. I vertici del premio - l'altro ieri e ieri - nulla di rilevante hanno aggiunto allo scarno comunicato ufficiale. E zitti sono restati anche i colleghi giurati sopravvissuti, almeno quelli che siamo riusciti a contattare: Patrizia Sandretto Re Rebaudengo («Non ho nulla da dire»), Philippe Daverio («Il premio è un club che ha le sue regole: se non ti piacciono, non ci entri neppure») e Ermanno Paccagnini (silente, ma per improrogabili impegni accademici). Roberto Vecchioni invece ha un filtro «comunicativo» per noi invalicabile...

Per il resto, vale la pena di ricordare l'articolo uscito il 26 novembre 2016 sul Gazzettino a proposito dei guai dentro e fuori il Campiello. Il pezzo si chiudeva con una notazione che oggi suona come una profezia. E cioè che i responsabili del Premio sarebbero dovuti intervenire anche sul fronte dei giurati. Ecco, la sostituzione di Zecchi e Calimani sembra essere stato l'intervento.