Incubi, rapimenti e killer: ecco le donne che amano la paura

Tre autrici italiane da scoprire, tre thriller perfetti, una certezza: esiste un nuovo "giallo" al femminile

Giocare con la paura, amplificandola e distillandola nei thriller è la cifra stilistica applicata da tre autrici italiane come Paola Barbato, Barbara Baraldi e Marina Visentin. Le prime due hanno allenato la loro capacità di espressione visionaria sceneggiando storie a fumetti per la serie di Dylan Dog, mentre la terza ha rielaborato sulla pagina i meccanismi della suspense da lei nel tempo studiati nelle centinaia di film visionati e schedati come critica cinematografica. Le ultime opere firmate da questo trio femminile confermano le loro capacità di orchestrare trame singolari e capaci di inquietare.

In Non ti faccio niente (Piemme) Paola Barbato racconta le tragiche vicende di 32 bambini che nel giro di sedici anni vengono avvicinati e tenuti per tre giorni da un uomo misterioso che cerca di realizzare i loro desideri e li restituisce poi alla famiglia felici. Quando la polizia comincia a collegare in qualche modo questi rapimenti-lampo, l'uomo scomparirà e anni dopo accadrà qualcosa di ancora più tragico: gli ex giovani sequestrati si vedranno sottrarre i propri figli. Questa volta però i bimbi non torneranno a casa vivi, ma cadaveri... Cos'è cambiato nella mente dell'uomo che prima li aveva coccolati per giorni e ora sembra essere trasformato in una macchina di morte? Ed è davvero lui a essere tornato a infestare la vita delle proprie vittime? Paola Barbato, che già nei precedenti Bilico, Mani nude e Filo rosso (tutti editi da Rizzoli) aveva espresso una capacità eclettica di narrazione, con Non ti faccio niente riesce a mettere in campo molte tematiche spinose. Perché i bambini accettano così facilmente di essere avvicinati dagli sconosciuti? Quali sono le loro situazioni quotidiane e quali i rapporti reali con le famiglie? La Barbato è chiara fin da subito: le responsabilità dei genitori sono sempre enormi così come la loro distrazione e disaffezione nei confronti della creature che hanno messo al mondo. Così il piccolo Remo Polimanti sale tranquillo sulla macchina di uno sconosciuto che apparentemente ha soccorso un passerotto e si lascerà scarrozzare da lui per tre giorni: «Era salito sull'auto dell'orco perché qualcuno gli aveva detto che prima o poi l'uomo nero sarebbe venuto a portarlo via. E poco importava se quell'uomo non era grande, grosso e con la barba da Mangiafuoco ma era un ragazzo magro quasi quanto lui con una maglietta rossa un po' sfornata e i jeans che gli calavano sui fianchi. Era convinto di meritarselo di venire portato via, e probabilmente di essere mangiato vivo, non si aspettava nient'altro».

E che i protagonisti dei thriller debbano essere personaggi che escono dalla normalità e che vivono situazioni borderline al limite della follia lo esplicita chiaramente Barbara Baraldi in Aurora nel buio (Giunti) dove facciamo la conoscenza con Aurora Scalviati, poliziotta che soffre di disturbi bipolari dopo che un proiettile l'ha colpita alla testa in uno scontro a fuoco. Per curarsi si sottopone di nascosto alla terapia pericolosa degli elettroshock. Sarà costretta a indagare sulla scomparsa di una bambina di nove anni di nome Aprile, la cui madre è stata uccisa e del cui padre non si sa niente. Aurora dovrà essere lucida per capire che pista seguire per ritrovare la bimba e fermare un assassino. Come lei stessa spiega sul suo sito ufficiale, Aurora nel buio rappresenta (dopo anni di storie di atmosfera urban fantasy) «un ritorno al primo amore, alla mia prima ossessione: il thriller. È ambientato nella mia Emilia paranoica, tra le nebbie della Bassa padana e gli enigmi della mente umana... Mentre cercavo la voce di Aurora, il titolo di un disco mi continuava a ronzare nella mente: era Some Girls Wander by Mistake dei Sisters of Mercy. È stato così che ho attraversato le prime pagine del romanzo, in cui una giovane poliziotta dalla vita incasinata si ritrova quella canzone in testa poco prima di imbattersi in un serial killer».

L'occhio curioso, morboso e indiscreto di Alfred Hitchcock affiora invece ne La donna nella pioggia (Piemme) di Marina Visentin. La protagonista Stella Romano si accorge giorno per giorno di avere dei buchi di memoria che le impediscono di ricordare dov'è stata e cosa ha fatto in certi momenti della sua vita. Amnesie che poco per volta si fanno più presenti e che la costringeranno a indagare su se stessa e sul mondo che la circonda scoprendo qualcosa di davvero terribile fra le pagine di un domestic thriller che ha molti punti di contatto con che rimanda ad atmosfere vicine a La donna che visse due volte, Marnie e La ragazza del treno.