È un inizio, devono essere sempre «free»

Contraddicendo le prefiche che piangono in anticipo, spesso sbagliando funerale, il ministro Alberto Bonisoli raddoppia di fatto le cosiddette «domeniche gratuite» nei musei di Stato. Un provvedimento positivo, ma che purtroppo è in linea con le politiche precedenti (vedi Franceschini), per le quali da un lato si evoca l'importanza del nostro patrimonio culturale per lo sviluppo civile e democratico della società; dall'altro si vuole lucrare e dunque si pongono barriere economiche alla partecipazione pubblica. In questi anni, ministro dopo ministro abbiamo assistito alla solita ridda delle cifre, e con trucchetti, assestamenti contabili, tanta enfasi ci hanno mostrato un ipotetico aumento del numero dei visitatori e degli incassi che restano però sempre miseri (tutti i musei fanno meno del Louvre). Quello di Bonisoli ci pare dunque un tentativo ancora molto timido sulla via giusta, che invece è quella della gratuità di tutti i musei di Stato. Innanzitutto, perché il patrimonio che è un giacimento di senso e un fattore identitario lo abbiamo già ereditato, come dice la parola, ed è giusto che venga reso disponibile, nel modo più ampio, a tutti e senza costi. I musei di Stato dovrebbero essere come le scuole dell'obbligo, dove uno va perfino per scaldare il banco, convinti come siamo che la bellezza conservata in essi sia il detonatore della nostra creatività, il vero plus competitivo di noi italiani nel mercato globalizzato. Certo, verrebbero meno circa 170 milioni l'anno (cifra modesta, se si pensa che il governo ha speso decine di miliardi per i crack delle banche), ma probabilmente raddoppierebbero i visitatori che oggi sono 45 milioni, e in prospettiva aumenterebbe il pil prodotto dalla filiera culturale (90 miliardi) e il numero di occupati (circa il 6,6 per cento dei lavoratori italiani).