"Io, timido e comico vi faccio vedere come si fa il cattivo"

L'attore Steve Carell presenta "Foxcatcher", film che racconta la vera storia del miliardario-ergastolano John Du Pont

Steve Carell in Foxcatcher

da Los Angeles

Basta con la storia del «nice guy», di quello buono, timido e gentile, basta col «vergine a 40 anni» o lo stralunato di Little Miss Sunshine . Il comico Steve Carell s'infila un naso finto, dentatura posticcia e vari strati di make-up per dare volto a un sinistro e bizzarro personaggio, il vero John Du Pont, erede miliardario della famiglia Du Pont, gigante chimico-industriale americano, oggi ergastolano per aver assassinato nel 1996 un campione di lotta greco-romana, Dave Schultz nel suo «castello» in Pennsylvania. Una storia torbida, complessa, ambigua narrata dal regista Benne Miller in Foxcatcher , grande successo a Cannes lo scorso maggio, ora acclamato in America (in Italia il primo febbario). Carell, in questo coup di contro-casting, è in pole position per una candidatura agli Oscar (è già favorito ai Golden Globe nella sezione «drammatica»).

Il titolo si riferisce alla lussuosa dimora dell'eccentrico e schizofrenico (troppo tardi diagnosticato) Du Pont, la Foxcatcher Farm. Con molti soldi e troppo tempo a disposizione, Du Pont si mette in testa di creare nella sua proprietà una palestra per lottatori olimpionici americani e fare lui da coach (pur non sapendo nulla di lotta). Du Pont invita due campioni, i fratelli Dave e Mark Schultz (rispettivamente Mark Ruffalo e Channing Tatum nel film). L'assurdo si fa tragico quando il socialmente handiccapato Du Pont sviluppa strane ossessioni sui fratelli, finendo per commettere omicidio.

Ne abbiamo parlato con Carell, 52 anni, di origine polacca e italiana (Caroselli era il cognome del nonno immigrato in Usa dall'Italia - nome poi americanizzato in Carell). È sposato da 20 anni con Nancy, una «civile», il suo primo e unico amore, ha due figli e conduce una vita completamente al di fuori del glamour e della mondanità. Quando non lavora, Carell non si vede e non si sente.

Steve, tutto ci si aspettava dall'adorabile goffo della serie The Office tranne che un ruolo come questo.

«È per questo che Bennett Miller mi ha voluto, credo. Nessuno si aspettava che uno come John Du Pont potesse ammazzare nessuno, ed era dunque logico scritturare in quel ruolo l'attore più insospettabile. Lo so, tutto mi considerano innocuo, benigno, ed è vero, sono così! Bennett mi ha detto: reciti sempre personaggi con al centro un nocciolo soffice. Anche Du Pont sembrava che avesse un nucleo soffice: non era vero. Sembrava un bonaccione, invece era un individuo molto pericoloso».

Era sicuro che sarebbe stato capace di affrontare un ruolo così diverso da quelli per lei abituali?

«Non ne avevo idea. Ma questo è il bello del prendere il pubblico di sorpresa: il primo a essere sorpreso devi essere tu, l'attore. Non sapevo se ne sarei stato capace. Mi sono fidato del regista. Lui era convinto che io sarei stato perfetto per Du Pont, e mi sono fidato di lui. Non intendevo fare un'imitazione di Du Pont, eppure ho cercato di capire l'essenza del personaggio. Ho studiato vari video su di lui, la sua maniera di parlare e di muoversi e incorporarle nel ritratto. Ma non sono un mimo».

Cosa le occorre per convincersi di un ruolo?

«Guardi, io sono uno che ha sempre condotto la propria carriera standomene alla larga dalle eccessive attese. Meno aspettative mi pongo e meglio lavoro. Io non vado mai a un provino cercando di convincere un regista che sono perfetto per quella parte. Non suona genuino. E la genuinità è tutto per me».

Crede che questa svolta drammatica, come attore, cambierà la rotta della sua carriera?

«Di nuovo, non ne ho idea. Ma di sicuro mi diverte! Non dico di essere pronto per un ruolo da serial killer, ma chissà, magari ci finirò dentro. Il mio prossimo film, di Gore Verbinski, sarà un thriller. Ma no, non faccio il serial killer.

A Cannes è stato accolto trionfalmente. Cosa ha provato?

«Una sensazione surreale. Mia moglie ed io sul tappeto rosso sulla Croisette con la musica da cinema che aleggiava, i fotografi, l'eleganza, lo sfavillio. Una cosa da non crederci. Poi al termine della proiezione una standing ovation che sembrava non finire mai. Non ci voglio più tornare a Cannes perché so che non potrà mai essere di nuovo così bello e sorprendente. Come dicevo, niente aspettative al di sopra dei propri mezzi. E ci tengo a mantenere basso il mio profilo. Anche se con Du Pont il profilo, come avete visto, è più gonzaghiano che basso».

Uno schivo come lei come se la caverà ai Golden Globe o agli Oscar?

«Divertendomi e godendomi la serata, e lo ripeto, senza alcuna aspettativa. Spero vicino a me si sieda Channing Tatum, così tutti i fari saranno su di lui».