Jago, come lavorare il marmo tra tradizione e modernità

A Roma la mostra «Memorie» per vivere il rapporto col tempo

Emanuele Ricucci

Una grande mano o un grande occhio aperto. Un figlio che sboccia nel ventre, come nella serie Memoria di sé, o primitive impronte su sassi di fiume come «testimonianza, immagine della presenza, scolpita nella memoria, impressa nella pietra». Dall'esplorazione del marmo nasce il desiderio della continuità, capace di superare le umane virtù e i disumani vizi, di rendere memoria, di vivere il rapporto col tempo. Ecco la narrazione degli attimi in una scultura contemporanea ed eterna. Con le prospettive della modernità e la finezza tecnica della tradizione, la perfetta celebrazione dell'estetica, come quella dei padri rinascimentali. Proprio come loro ecco che nell'opera di Jacopo Cardillo, alias Jago, si trova il culto della forma, dell'attimo cristallizzato e il materiale della classicità, il marmo. «Siamo parte di tutte le cose, solo che non ce lo ricordiamo», la perfetta commistione di un mondo di mezzo da preservare: tra la tradizione e la modernità. Un'onorificenza della Santa Sede, nel 2011 una selezione per il Padiglione Italia della 54a Biennale d'Arte di Venezia e la prima personale presentata da Sgarbi, fino a ieri con Memorie, a Roma, in un'esposizione che pone in relazione arte e sacralità.