James Joyce? Altro che "Ulisse", con Nora faceva lo schiavo

Lo scrittore inviava al suo «tesoruccio» soldi per «un bel paio di mutande di pizzo». E sognava di farsi picchiare da lei

Tra i geni della letteratura, si è soliti pensare a Marcel Proust come allo scrittore dell'amore, contrapposto a James Joyce più freddo, meno svenevole, senza fanciulle in fiore e intermittenze del cuore. Niente di più sbagliato: Proust era un amante freddo e calcolatore, teorizzò perfino la durata di un amore, massimo diciotto mesi (in realtà così è anche nella Recherche, ma il Narratore maschera bene il contrario), dopodiché lasciava i suoi amanti in tronco, il resto era tempo perduto senza nessuna voglia di perderlo e chi s'è visto s'è visto. Joyce, tutt'altro. Basta leggersi il volume di James Joyce pubblicato da Il Saggiatore (Lettere e saggi, pagg. 1101, euro 75): la parte più gustosa, infatti, è il ménage dell'autore di Ulisse con Nora Barnacle, la quale diventerà presto la signora Joyce. Di cosa parlavano James e Nora? Di Dublino? Del flusso di coscienza? Del Finnegans Wake? Macché.

Tutto un cinguettare, un sospirare, un disperarsi, un «birichina mia», un «tesoruccio mio», e anche, a volte, un «mia cara piccola novizia». Spicca fra tutte la passione di Joyce per le mutandine di pizzo o ricamate, quasi una perversione da tenere nascosta perfino per la stessa portatrice di mutande. Quando Nora gli scrive di aver parlato alla sorella dei suoi indumenti intimi, James si inalbera: «Vorrei che stessi più attenta a non lasciare in giro certi tuoi indumenti intimi, quando, cioè, ritornano dalla lavanderia. Vorrei che mantenessi tutte queste cose segrete, segrete, segrete». James è un galantuomo, non con i mezzi di Proust che regalò un aereo al suo amante Agostinelli (con cui si schiantò), ma invia spesso denaro alla sua amata, per esempio: «ti ho mandato un piccolo assegno e spero potrai comprarci un bel paio di mutande di pizzo almeno per te, e te ne manderò un altro quando mi ripagheranno» (per un altro paio di mutande, va da sé). E però è così romantico, oggi, pensare a un assegno per comprarsi un paio di mutande. E anche pensare che l'immaginifico mondo di Joyce girasse intorno alle mutande di Nora.

Ma non c'è solo il mutandismo joyciano, anche del regolare masochismo, come quando James le scrive del suo desiderio di essere picchiato: «Mi farebbe un piacere folle sentir la mia carne vibrare sotto i colpi della tua mano». E non solo. «Vorrei che mi picchiassi e che perfino mi fustigassi. Non per scherzo, cara, ma sul serio, e a pelle nuda». Prefigurando l'immagine della moderna mistress: «Vorrei che tu fossi forte, forte, cara, e avessi un bel pettone fiero e delle belle coscione polpute».

Un giorno un conoscente, tal Vincent Cosgrave, gli confida di aver avuto una relazione con Nora quando Nora già era fidanzata con lui, una tragedia che si dilata in lettere e lacrime senza fine. «Stavi con lui: lui ti prendeva tra le braccia e tu alzavi il viso e lo baciavi. Che altro facevate insieme? E la sera dopo ti incontravi con me!». Eh, già. Inoltre esiste un'altra epistola più indiscreta, una versione porno della stessa, con richiesta di dettagli specifici alla Nora traditrice: «Quando quella persona il cui cuore desidererei fermare con il click di un revolver ti ha messo la mano o le mani sotto la gonna, si è limitato ad accarezzarti da fuori o ti ha infilato dentro il dito o le dita? Ti ha accarezzato a lungo, e sei venuta? Ti ha chiesto di toccarlo, e tu l'hai fatto? Se l'hai fatto, ti è venuto addosso e l'hai sentito?».

In ogni caso James non la molla, come avrebbe fatto un uomo rude come Proust, ma si trasforma nel fanciullino di Pascoli: «O, Nora, Nora abbi pietà del mio povero amore sciagurato. O Nora dev'essere tutto finito tra noi? Scrivimi, Nora, scrivimi per il mio amore morto. Scrivimi, Nora, amavo solo te». Nora non risponde e allora riscrive James finché non si scusa da solo per aver pensato male, convinto da amici in comune, i quali sicuramente lo hanno tranquillizzato mica perché Nora con Cosgrave non ha fatto niente, piuttosto perché non ne potevano più.

A proposito di Marcel Proust, bisogna dire che lo scrittore francese è una delle più grandi cantonate di Joyce. Infatti ne fa menzione solo in una lettera scritta da Parigi nel 1920 indirizzata a Frank Budgen: «Noto che si cerca furtivamente di mettere in concorrenza un certo Mr Marcel Proust originario di queste parti con il firmatario della presente lettera. Ne ho letto qualche pagina. Non ci vedo un talento particolare ma solo un cattivo critico». Invece sappiamo che il genio irlandese si troverà faccia a faccia con Mister Proust durante una cena organizzata all'Hotel Ritz e non resisterà dal chiedergli: «Ha letto il mio Ulisse?» per sentirsi rispondere un lapidario: «Non ho avuto tempo». Ve l'ho detto che Proust era un uomo rude. Al che James si sarà rifugiato tra le braccia di Nora per dirle, come nella lettera a Nora del 13 dicembre 1909, «Io sono il tuo figliolino come ti ho detto e tu, la mia mammina, devi essere severa con me. Puniscimi quanto vuoi». E giù botte, altro che Ulisse.