Jazz, genio e follia Ecco come è nato il mito del pianista

Doppio cd e splendido libro fotografico per festeggiare i 70 anni del musicista. Che esplose proprio in Italia...

Il settantesimo compleanno del pianista Keith Jarrett, che ricorre venerdì, rischia di diventare una data memorabile. Il primo a esserne sorpreso pare sia il diretto interessato. Ma si tenga presente che Jarrett, da circa quarant'anni, è una delle colonne portanti della Ecm. Una casa discografica che nell'agone promozionale sa il fatto suo. E poco dopo anche i dizionari riservati al jazz, grandi e piccoli, si accorsero che il mondo della musica afroamericana si era arricchito di un pianista straordinario, talvolta perfino esagerandone le doti. Basti citare uno dei lemmi che lo riguardano: Jarrett pianista, sassofonista, flautista, percussionista, organista, clavicembalista, chitarrista e compositore americano (Allentown, Pennsylvania, 8-5-1945). Era sufficiente menzionare il talento compositivo e le tre tastiere, in quanto gli altri strumenti sono stati usati da Jarrett per diletto e in seguito ufficialmente abbandonati, salvo qualche eccezione.

Con il nostro Paese Jarrett ha avuto un rapporto speciale fin dalla seconda metà degli anni '60, dopo un suo fortunato tour europeo come pianista del quartetto di Charles Lloyd e i primi dischi a suo nome pubblicati dalla Vortex. In Italia ha incontrato dei giovani agenti che si sono interessati a lui con assiduità, e soprattutto - dal 1969 - ha destato l'attenzione di Roberto Masotti, uno dei maggiori fotografi nel campo dello spettacolo, che lo segue da quei giorni. E adesso, per celebrare le sue settanta primavere, gli riserva un libro di circa 150 immagini di mirabile bellezza in ordine pressoché cronologico ( Keith Jarrett: un ritratto , Arcana edizioni, pp.176, euro 35).

Fra le prime pagine ci sono tre fotografie nelle quali chi ha avuto la fortuna di essere presente riconosce, alla sinistra di Jarrett, il fondale del palcoscenico del Teatro Comunale di Bologna. È la sera del 4 ottobre 1969, passata alla storia fra i cultori del jazz. Il giovane Keith, per via del viso olivastro e di una folta zazzera crespa di capelli scuri quanto i baffetti, è ritenuto ancora da molti un nero d'America. Si esibisce in trio con Gus Nemeth contrabbasso e Bob Ventrello batteria. Piccolo e magro com'è, entra in scena con un'espressione timida ed esitante, tuttavia suona molto bene per circa tre quarti d'ora riscuotendo applausi crescenti che un po' alla volta gli danno sicurezza. Ma poi accade qualcosa d'imprevisto. Jarrett attacca il tema di My Back Pages , un tema folk di Bob Dylan che si può ascoltare tuttora nel cd Somewhere Before e offre abbondanti indizi per capire da dove provenisse (allora) una componente della filosofia musicale ed esistenziale di Jarrett. Il pianista propone due o tre ritornelli di variazioni e poi, invece di concludere, ne improvvisa un altro, poi un altro ancora e così via, con tecnica impeccabile e con una dilatazione impressionante del vigore espressivo. La sensazione collettiva di assistere alla nascita di una nuova stella del jazz si impadronisce del pubblico che alla fine scatta in piedi e gli tributa un'ovazione interminabile, certo la più clamorosa del suo periodo giovanile.

Per Jarrett la fama mondiale è in arrivo. Collabora con il nuovo gruppo di Miles Davis, e qui Masotti simboleggia il loro sodalizio con la foto del pianista, minuto e sorridente, che fa capolino fra le gambe dell'ombra di un Davis gigantesco, incombente eppure protettivo. Poi azzarda i primi concerti di solo pianoforte (il 16 marzo 1973 al teatro Donizetti di Bergamo) che non sfuggono all'orecchio infallibile di Manfred Eicher, fondatore dell'etichetta tedesca Ecm. Sono i due fattori principali che proiettano Jarrett nell'empireo dei grandi. Gli intenditori prediligono le note solitarie di Facing You (Ecm, 1972), ma poi c'è il miracolo del Koln Concert che la Ecm vende a centinaia di migliaia di copie.

È fatta, il rapporto fra i discografici e il pianista si inverte. La Ecm, ormai in esclusiva, gli dedica un monumento di sei cd, Sun Bear Concert . E c'è Masotti che segue Jarrett quasi con l'assiduità di un quotidiano. Attraverso le sue immagini vediamo il pianista acquistare consapevolezza di sé e un aspetto professionale che aumenta man mano che i capelli si diradano e diventano grigi. Sorride, fissa l'obiettivo, lo sguardo è certo e sicuro. Ma inizia una fase nuova in cui gli interessi di Jarrett si allargano. Avverte un bisogno di auto-espropriazione, nel senso di non suonare sempre musica sua, ma di porsi anche con umiltà al servizio della musica altrui. Ecco perciò la fondazione (1983) del trio con Gary Peacock contrabbasso e Jack Dejohnette batteria, tuttora in attività, deputato in prevalenza all'interpretazione creativa dei temi più noti del jazz. Ed ecco anche la sorpresa di un Jarrett interprete «classico», un'attività sempre coltivata in privato, che propone la sua visione di Arvo Part ma anche delle opere maggiori di Bach, dei 24 Preludi e Fughe di Dmitrij Sostakovic e d'altro ancora. Jarrett è adesso un pianista a 360 gradi, «senza confini». È questo il significato dei due cd augurali che la Ecm pubblica in questi giorni, uno di improvvisazioni di Jarrett intitolato Creation e un altro delle sue interpretazioni del Piano Concerto n.2 di Samuel Barber e del Piano Concerto n.3 di Bela Bartok.