L'«Astrarte» di Renzo Bergamo nostalgia del nostro futuribile

Francesca Battistini

Nella Milano degli anni '70, in cui domina ancora lo Spazialismo e Lucio Fontana, in cui resistono gli echi del Futurismo, ricchi sono gli scambi interculturali, degni di nota i nomi di artisti e intellettuali che si concentrano soprattutto a Brera. È la Milano di Strehler, Montale, Quasimodo, Fontana, Scanavino, ma anche di Renzo Bergamo, enfant prodige e pittore fuori dagli schemi, che da Portogruaro si trasferisce nel capoluogo lombardo, su consiglio di Comisso con cui ha un rapporto quasi filiale. Nel milieu meneghino, proprio in via San Carpoforo, il 4 ottobre 1970 nasce una nuova avanguardia: l'Astrarte, a cui Bergamo finirà per aderire. Il programma del movimento è creare una poetica che si confronti con le nuove scoperte scientifiche, sia quelle che riguardano l'atomo che il cosmo. Lo sguardo degli astrartisti è puntato in alto, indagano con «metodo scientifico» la simbologia dell'Universo e desiderano «liberare l'uomo dalla forza di gravità, cioè dall'abitudine atavica a pensare terraquamente e non in senso cosmico». Ma venuto meno l'ottimismo nei confronti della scienza tipico di quegli anni, l'Astrarte fa l'effetto di quella fantascienza che non si è realizzata e genera la nostalgia per un futuribile che non si è avverato. Tuttavia il valore estetico, più che programmatico del Manifesto, è ancora oggi evidente, come dimostra la mostra Renzo Bergamo. Opere anni Settanta (a cura di Angelo Crespi, fino al 12 giugno allo Spazio Maimeri a Milano) da cui emerge, soprattutto coi disegni a matita, la ricerca simbolica del mistero, il dialogo continuo con l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo, la volontà di abbandonare il nucleo terreno per immergersi nelle galassie e negli astri.