L’X Factor della lirica? Ce l’hanno i coreani

Solo pochi anni fa dalla Corea del Sud arrivavano legioni di cantanti, affascinati dal Paese del melodramma, ma clonati come statuette di terracotta. Espressione e gesti stereotipati, impenetrabile nello sguardo, il «coreano», rimaneva squadrato nel canto e avulso dalla comprensione di quanto cantava. Inutile anche ricordarne i nomi: tutti finivano per Kim, Park e Lee. Si è così formato un pregiudizio negativo nei confronti di una scuola che di recente sta facendo passi da gigante.
Lo abbiamo recentemente constatato alla Scala ammirando il basso Kwanchoul Youn nella scomoda parte del perfido Wurm in Luisa Miller; lo ha confermato l’esito del prestigioso concorso «Voci verdiane» di Busseto che ha conferito i primi tre premi ad altrettanti giovani artisti sudcoreani. Certo bisogna fare uno sforzo per immaginare il vincitore del primo premio, Jung Hoon, ovviamente Kim, un ragazzone pingue di 24 anni, faccia da bambolotto, trasformarsi nel nobile conte Riccardo del Ballo in maschera. Ma quando ha attaccato il recitativo e l’aria dell’ultimo atto, Ma se me forza perderti, ha subito dimostrato di avere il calibro vocale e il «legato» appropriati, e sembrava anche capire il senso di quanto cantava, pur non parlando una parola d’italiano.
Altri sudcoreani invece l’italiano lo hanno imparato e bene. È il caso del secondo premiato, Jootaek - sempre Kim - che ha presentato l’aria verdiana forse più difficile in chiave baritonale, Il balen del suo sorriso dal Trovatore. E l’autorità con cui l’ha affrontata non sarà certo sfuggita a Leo Nucci, insigne baritono-presidente di giuria e fresco trionfatore verdiano nella Miller scaligera.
Come in ogni concorso come si deve non sono mancate disapprovazioni sul verdetto. Anche il terzo premio è volato in Corea ad un buon elemento, il tenore Seung Hwan Yun. Qualcuno avrebbe preferito una voce «italiana» come quella dell’interessante soprano Jessica Cambio, cimentatasi con credibilità nell’Addio del passato da Traviata. Alle chiassate di qualche cosiddetto «intenditore» in cerca di reclame, preferiamo ricordare come nella delicata materia vocale convergano esigenze complesse. Verdi stesso raccomandava che i cantanti fossero ben saldi musicalmente e duttili. In questo modo «non sarebbe un canto di scuola, ma d’ispirazione. L’artista sarebbe un’individualità: sarebbe lui o, meglio ancora, sarebbe nel melodramma il personaggio che dovrebbe rappresentare».
Questo è il fattore X del melodramma.