Con l'album «Inheritance» la band della Virginia mostra ai fan un nuovo lato del neofolk ricco di riferimenti ai suoni classici

Mumford & Sons, Decemberists, Avett Brothers, Of Monsters and Men, Lumineers... Dall'Inghilterra agli Usa il neofolk impazza e scala le classifiche... Così i Last Bison, cinque ragazzi e due ragazze della Virginia, tra di loro parenti ed amici, dall'aspetto e dagli abiti un po' all'antica (sembrano una famiglia di quaccheri) stanno facendosi largo nel mondo della musica acustica con l'album Inheritance, un sapido miscuglio di radici folk e suoni classici, di chitarre e mandolini con violini, violoncello e organo a pompa; un suono che è già arrivato anche in Italia, anticipato dal sofisticato singolo Switzerland, che si sta arrampicando nelle classifiche di mezzo mondo.
Come definite la vostra musica?
«Viene dal nostro modo di vivere e dalle nostre esperienze - dice il leader Ben Hardesty - che sono molteplici. Io e i miei due fratelli in casa siamo cresciuti con la musica classica e poi abbiamo scoperto i Police e gli U2. Amiamo il loro rock ma non fa parte del nostro retaggio culturale. Nascendo nell'est Virginia, terra del bluegrass, abbiamo sentito prepotente il richiamo di quel suono popolare che è alle radici della musica americana: Bill Monroe, la musica dei monti Appalachi».
Quindi?
«Quindi ci è parso naturale fondere suoni folk e classici per creare melodie semplici e pulite che trasmettano serenità e testi che facciano pensare. Ma non è tutto qui; io ho vissuto qualche anno in Bolivia e sono stato influenzato anche dalla musica etnica sudamericana. Diciamo comunque che siamo una band cameristica, il nostro sound lo chiamiamo Mountaintop Chamber Music».
Musica da camera delle montagne, definizione insolita.
«Come insolito è il nostro approccio alla musica, fatto di ritmo ma anche molto melodico, con grande attenzione alla timbrica e al colore».
Chi sono i suoi artisti classici preferiti?
«Al primo posto metto la Cello Suite N.1 di Bach, ma io amo anche l'arte e l'architettura classica. Ho visitato in lungo e in largo l'Italia che per me è il simbolo della classicità. Sono stato a Milano, alla Scala e amo musicisti come Giuseppe Verdi».
Vi sentite parte della scena neofolk?
«Beh, un po' sì e un po' no. Le radici sono le stesse ma le nostre canzoni sono un po' più elaborate con intrecci sonori comunque lineari e semplici. Nel mondo d'oggi è facile stupire suonando a tutto volume e facendo tanto rumore, i giovani invece stanno rivalutando la leggerezza e la spiritualità dei suoni acustici».
Siete antirock dunque?
«Assolutamente no, amiamo il rock. Piuttosto siamo per la musica di qualità contro la musica inutile, ovvero quella troppo commerciale. E vogliamo conservare, ma al tempo stesso rinnovare, il nostro antico patrimonio musicale».
Progetti?
«Ora che siamo più conosciuti vogliamo girare il mondo in tournée. E poi stiamo scrivendo molti brani per un nuovo album. Qui, nel quieto vivere della campagna, l'ispirazione non manca».