"La La Land", l'amore a passo di musical (ma senza nostalgia)

Damien Chazelle riesce a rinnovare il genere Grazie anche a Ryan Gosling ed Emma Stone

da Venezia

Ogni rivoluzione che si rispetti dev'essere conservatrice. Si spazza via l'inutile, il superfluo, la muffa, si tiene l'essenziale, rinvigorito e trasformato. Non ha nulla a che fare con la sterile nostalgia, e invece tutto a che vedere con lo spirito del tempo di cui si nutre. Rinnovare vuol dire rimettere a nuovo e del resto è in quest'ottica che va letto l'ironico ammonimento di Giuseppe Verdi: «Tornate all'antico, sarà un progresso» Così, se nel XXI secolo, un regista recupera e ricrea un genere, il musical, venerabile relitto novecentesco, e se un direttore di festival lo presenta in concorso e in apertura, l'impresa diventa doppia quanto ad ambizione. Il fatto che poi sia coronata da successo è un'ulteriore sottolineatura del talento del primo e delle capacità del secondo.

La La Land è il film di Damien Chazelle che Alberto Barbera ha scelto per inaugurare questa 73° edizione della Mostra di Venezia. Trentenne, Chazelle è lo stesso autore che con Whiplash sbancò due anni fa gli Oscar e i botteghini. Adesso si accinge a fare lo stesso con questo film, applaudito in sala. Ambientato nella Los Angeles dei giorni nostri, ha Ryan Gosling e Emma Stone come interpreti ideali: lui nei panni di Sebastian, uno spiantato pianista musicista jazz; lei in quella di Mia, aspirante attrice e, nell'attesa, cameriera in un caffetteria. Ambedue lottano per dare un senso alle loro vite in una città che vedono più come uno stato mentale che una cosa reale: sono dissociati, mai in sintonia e quindi feriti da ciò che li circonda, e però sono vivi. Grazie alle musiche di Justin Hurwitz, Chazelle gli costruisce intorno una storia allegra e sentimentale, piena di colore e di malinconia dove non c'è un dettaglio fuori posto. Gosling sembra che non abbia mai fatto altro che ballare e cantare, la Stone è uno di quei prodigi che fanno restare a bocca aperta: non è bella, non è sexy, eppure è incantevole.

«Mi sono innamorato dei musical la prima volta che ho visto i film di Jacques Demy e da allora non ho più cambiato idea» dice Chazelle. «Come genere è il più emozionante, il più capace di arrivare dritto al punto e descrivere cosa davvero significhi sognare, innamorarsi, essere sopraffatti dalla gioia o dal dolore al punto che la grammatica dei normali film non basta ed è la realtà alterata a dominare».

Il riferimento a Demy (Les parapluies de Cherbourg, Les demoiselles de Rochefort, Une chambre en ville, Trois places pour le 26) non è secondario: rispetto al classico genere americano, quello reso celebre da Fred Astaire, Ginger Rogers, Gene Kelly, per intenderci, il francese Demy aveva saputo dargli qualcosa di diverso, in cui storia e musica erano paritari, la prima non un semplice pretesto della seconda, quest'ultima sempre tenuta in linea e mai preponderante. «I musical parlano di una condizione di confine» spiega ancora Chazelle, ovvero del confuso limite tra fantasia e realtà dove la magia e il quotidiano si confondono. «Ho voluto raccontare una storia intima, ricca di sfumature, nello stile di un'epopea musicale in cinemascope, e concentrarmi sui sentimenti: il primo rossore dell'innamoramento, il rimpianto per un'opportunità non colta o la speranza che un sogno possa finalmente avverarsi, tutte cose che possono così rendere la vita simile a un musical».

La La Land sta tutta nell'attacco e nel refrain di City of Stars che Sebastian-Gosling sussurra mentre è al pianoforte: «City of Stars are you shining just for me?»; «Is this the start of something wonderful and new/ Or one more dream that I cannot make true?» Non sempre ciò che brilla, brilla solo per te, non sempre ciò che desideriamo si avvera. E però sognatori pazzi e sentimentali riempiono le loro esistenze con qualcosa di migliore del cinismo e dell'arrivismo con cui ci si condanna a una morte a credito. Siate realisti, sognate l'impossibile. Andrà male, ma avrete vissuto.