«L'angelo di Mauthausen» thriller per non dimenticare Nell'opera di Roberto Genovesi si intrecciano il romanzo e la storia

Si può fare grande letteratura usando la letteratura di genere. Certo. Almeno è il pensiero di molti critici: e se squaderniamo Simenon per quanto riguarda il poliziesco, Philip Dick per la fantascienza, dobbiamo ammettere che, pur nella griglia degli schemi che impone il genere, questo è possibile. Con tale certezza ci si deve avvicinare al thriller di Roberto Genovesi (L'angelo di Mauthausen, Rizzoli) la cui scrittura dura, implacabile, e al contempo raffinata, non è piegata all'intreccio romanzesco, ma ne è parte integrante, diventandone segno distintivo.
D'altronde, il fondale scelto su cui far muovere i personaggi classici del thriller (un investigatore e un killer), è quello della persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti durante la Seconda guerra mondiale; un tema su cui si può scivolare facilmente, tra crudeltà e barbarie e milioni di morti veri, dovendo dallo scenario storico generale (che tutti conosciamo) scendere nei dettagli di una vicenda inventata e che, per dovere di plot, necessita di scene, contro scene, colpi di scena.
«Il libro - spiega Genovesi - non a caso nasce come una sfida. Una sfida ai canoni narrativi, alla struttura lineare di una storia, alle sue regole editoriali classiche. È un romanzo che non racconta quello che dovrebbe essere raccontato, quello che un critico letterario vorrebbe che si scrivesse sulla Shoah per poter celebrare l'ennesimo cantore di morte. Racconta invece quello che accadde davvero. Senza censure, senza filtro nella scelta delle aggettivazioni ma, soprattutto, seguendo uno schema narrativo diverso». Il romanzo, infatti, non è strutturato in capitoli ma in livelli, come in un videogioco. Più i protagonisti si addentrano nell'oscurità in cui il killer vuole condurli e più le regole si fanno più dure.
La sfida più difficile di Genovesi (giornalista, autore televisivo, soprattutto esperto di nuovi linguaggi crossmediali) è però quella di dare consistenza a una «memoria», quella della Shoah, che anno dopo anno rischia di restare imbalsamata nel rigore delle commemorazioni, dei convegni, dei dibattiti, di essere sempre meno presente ai più giovani, ed è per questo che la narrazione, lo storytelling, se rigoroso e sostenuto dalla scrittura, può essere un nuovo modo per non dimenticare.