L'arte è incomprensibile almeno per chi non la crea

Esce il saggio di Gasparotti «L'opera oltre l'oggetto»

Claudia Gualdana

Pensare l'arte. Questo fa il filosofo Romano Gasparotti in L'opera oltre l'oggetto. Sull'esperienza simbolica dell'evento artistico (Moretti & Vitali, pagg. 198, 17 euro). Partendo dall'assunto che l'arte è ovunque, sfuggendo tuttavia all'umana comprensione, Gasparotti scomoda filosofia estetica e teoretica per afferrare l'ineffabile. Sì, perché se l'arte, nel suo esserci, è immediatamente esperibile, non lo è nel suo farsi. L'atto creativo resta un mistero. L'autore per carpirne i segreti produce alcuni saggi pregnanti, per giungere infine a una conclusione affascinante: l'arte è comprensibile a partire dai modelli della danza. Cita il sommo ballerino Nijinsky: «La gente pensa che perderò la testa. La testa l'ha persa Nietzsche, perché pensava. Io non penso, quindi non perderò la testa. Io sono un filosofo che non pensa». E le attitudes, ossia le pose della danza classica, prese a suo tempo dal «modello apollineo» delle arti visive e in particolare della scultura per dirci quanto il fare arte sia incomprensibile per chi non crea. Almeno, senza l'aiuto della filosofia. Che fa sì rischiare la nicciana follia, ma entra nei meccanismi più oscuri fornendone sempre una logica comprensione.