L'artista porta in scena all'Arsenale di Milano l'inquietante pièce in divenire «Hell Screen»

Al Teatro Arsenale da anni un artista come il nipponico Kuniaki Ida alterna ai testi più interessanti della cultura occidentale un'appassionante valorizzazione dei copioni più inquietanti del natio Sol Levante. Rendendoci finalmente complici del brivido incantato di un paese finora trascurato persino dalla nostra avanguardia. Kuniaki estrae dallo scrigno magico del suo bagaglio di raffinato ricercatore uno strano incunabolo (che assegna come saggio finale agli allievi della sua scuola). Un testo letterario, Hell Screen ovvero Il paravento dell'inferno, come recita la versione anglosassone del racconto di Ryonosuke Akutagawa, ci coinvolge in modo sottilmente morboso. Tramutandosi, ai nostri occhi di occidentali, in una stranissima saga che sa di Don Giovanni come del mitico Ritratto di Dorian Gray, summa del decadentismo occidentale. Con la variante significativa che qui la vittima non è un ambiguo seduttore che vuole sconfiggere il fantasma della vecchiaia ma una fanciulla, che il padre pittore teme sia stata insidiata dal Signore che l'ha accolto al suo servizio per raffigurare tra le pareti di un carro allegorico tramutato in paravento il destino finale dei reprobi precipitati nell'inferno buddista. Ed è qui che l'artista, incapace di creare un'opera il cui modello non risieda nella realtà da lui contemplata, decide per la supremazia che accorda al proprio capolavoro in divenire, a persuadere la figlia incolpevole a partecipare al progetto. Ossia a figurare nei panni della dama ospite di quel paravento allegorico destinato ad esser divorato dalle fiamme. Il che accade in un delirio che, per noi, sa molto del sacrificio di Basiliola nella Nave di D'Annunzio. Ma questo è solo un sospetto che troverebbe più spazio presso gli estimatori del sadismo di Mishima. E non nella dedizione di una seducente coreografa come Claudia Lawrence.