Il latino è morto, viva il latino! E chi lo studia...

Luigi Iannone

Nicola Gardini, traduttore di classici, scrittore, professore di letteratura italiana a Oxford, mi ha alleggerito da un atroce fardello. Al liceo, pur cogliendo l'importanza del latino, mal sopportavo inutili perdite di tempo su regole, coniugazioni, perifrastiche e cose del genere. Fu proprio il supplizio sulle regole a rendermi noioso quello studio. E così quando in una recente intervista ha dichiarato che l'insegnamento del latino «va liberato dal vuoto grammaticalismo» ha affrancato il sottoscritto e con me, alcune generazioni di studenti - da un peso indicibile.

Sì, perché i vecchi professori replicavano l'assunto per cui senza la meticolosa conoscenza delle regole non si poteva procedere oltre nel programma scolastico e perciò relegavano la letteratura a suppellettile da studiare nei ritagli di tempo. In parte avevano ragione. Per fortuna, però, c'è un'altra faccia della medaglia che Gardini ha strutturato in questo suo ultimo saggio, Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile (Garzanti, pagg. 240, euro 16,90). Un percorso anche biografico connotato allo stesso tempo da aneddoti e riflessioni. E non è un caso se sia già giunto alla terza edizione, qui non siamo di fronte alla reiterazione di una delle nenie estive del tipo: cosa leggono gli italiani sotto l'ombrellone? A cosa serve la destra? E quindi: è utile oppure no il latino?

Nel libro di Gardini si da per scontata la necessità della cosiddetta lingua morta. Il passo in avanti è dato però dal fatto che mettendo da parte la tesi della imprescindibilità della grammatica, egli da finalmente spazio a tutti quei legami identitari che si rivelano ancora attuali grazie ai capolavori della letteratura ma anche alla forza intrinseca degli autori più sbiaditi e che oggi possono apparire vaporosi e lontani nel tempo. Ciò accade perché siamo impregnati da un patrimonio di conoscenze con il quale non dobbiamo instaurare alcun dialogo visto che è impiantato nel nostro Dna. Dobbiamo solo coglierne i tratti dal fondo stesso della nostra coscienza.

Questo approccio di Gardini è decisivo per non cadere nelle nenie urticanti di cui dicevo prima e perché il dibattito sulla utilità o meno del latino si fonderebbe su gracili fondamenta nel momento in cui, pur abitando un tempo tecnologico, le nostre vite sono traboccanti di conoscenze classiche. Magari in maniera inconscia ma sempre cariche di intensa vitalità e di bellezza.

La sua tesi è chiara. Non possiamo sottrarci dall'alimentare la curiosità verso una lingua che è pensiero vivente di cui noi moderni siamo solo un brandello espressivo. Il latino è logica e pensiero critico, ordine matematico (regole) e pensiero ampio (letteratura) con un ventaglio di articolazioni razionali e di effervescenze poetiche. Letteratura e cultura potentissima che ci nutre anche grazie ad uno stile ricercato ed elegante che è non solo fatto estetico fine a se stesso ma premessa per il pensar bene. Perché scrivere e pensar bene sono fondamenti di bellezza e libertà.