L'attrice aristocratica che snobbava Delon e inseguiva Gassman

Nell'autobiografia "La bellezza quotidiana", la diva racconta di suo nonno Papini, di Visconti e dell'amore per La Capria

La prima volta che ha recitato non aveva neanche dieci anni. «Bambina, sai dirmi dov'è la casa di Barna Occhini?» le aveva chiesto, lì in mezzo alla strada, un uomo «col fazzoletto rosso al collo». E lei, svelta, «senza abbassare gli occhi: Non lo conosco». La seconda guerra mondiale doveva ancora finire e Barna Occhini, il padre di Ilaria, viveva nascosto (poi finì anche in un campo di prigionia) perché era fascista e aveva anche fondato la rivista Italia e civiltà. Ilaria, all'epoca, nella Firenze della guerra, era già bellissima. Come lo sarebbe stata sugli schermi televisivi, dalla metà degli anni Cinquanta, o a teatro. Allora aveva recitato per salvare il padre, una decina di anni dopo l'avrebbe fatto per professione.

Il nonno, Giovanni Papini, non era d'accordo. L'attrice, che oggi ha 82 anni, lo racconta nella sua autobiografia, La bellezza quotidiana. Una vita senza trucco, da oggi in libreria per Rizzoli (pagg. 164, euro 17): quando decise di iscriversi all'Accademia di Arte drammatica di Roma, spinta dall'amore di allora Vittorio Zurlini, il grande intellettuale fiorentino «non era entusiasta all'idea»: «Lui pensava che la mia forza fosse la famiglia, non l'avventura romana». Però poi la sostenne, anche economicamente, con 25mila lire al mese. Il nonno, amatissimo (da piccola passava i pomeriggi a casa sua e ne frequentava il «salotto», saltandogli sulle ginocchia in mezzo a Prezzolini, Pancrazi, Soffici, Luzi, Amendola...), muore quando lei debutta in televisione. È il 1956, Ilaria Occhini è la protagonista di Jane Eyre, un «romanzo sceneggiato», come si chiamava allora. Succede una cosa: all'improvviso il nonno «divenne una specie di capro espiatorio di tutte le nefandezze del fascismo» e così, racconta l'attrice, «mi sentii smarrita... da allora mi sentii insicura su tutto, e quell'insicurezza mi è rimasta addosso per tutta la vita». Anche quando ormai è famosa, perché lo sceneggiato Rai, sotto la guida di Anton Giulio Majano, è un successo e la gente inizia a riconoscerla per strada (qualcuno la ferma ancora oggi, perché si ricorda di lei come eroina della Brönte...). Majano, ex ufficiale di cavalleria, guida tutti «come un vero comandante», i giornalisti la seguono, le riviste le propongono servizi fotografici, la Occhini non ha neanche un agente: così si affida a Zurlini che, in realtà, non è affidabilissimo. Nel senso che le racconta «bugie così strampalate che nessuna ci sarebbe caduta». Sarà Mario Missiroli, aiuto regista di Zurlini e caro amico della Occhini per tutta la vita, ad aprirle gli occhi sui tradimenti di lui. Finisce con uno schiaffo schioccato davanti a un set intero.

Quella ragazza bellissima e un po' insicura nel frattempo conquista anche Luchino Visconti, che cerca un'attrice giovane, dall'accento fiorentino, per L'impresario delle Smirne di Carlo Goldoni e poi per Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller. Lei si presenta in ritardo, perché incontra per strada Luciano Emmer con cui aveva girato il suo primo film (Terza liceo, nel 1953) e si ferma a chiacchierare. Visconti la scrittura e la rassicura: «Andrà tutto benissimo, Ilaria, vedrai». Però alla prima, alla Fenice di Venezia, è il buio: «All'improvviso mi si bloccò tutto». Il regista la protegge («fu lui che mi difese da me stessa»), in seguito lo spettacolo va bene; c'è un unico screzio fra loro, quando lei osa correggerlo di fronte a tutti e lui sentenzia: «Anche le pulci hanno la tosse».

È a casa di Visconti che incontra Alain Delon: «Era in accappatoio e gridava contro un cameriere come fosse a casa sua e Luchino, il terribile Luchino, lo lasciava fare e non apriva bocca». Anni dopo si ritrova sul set di Due contro la città, con Delon e Jean Gabin, ma il fascino dei due francesi è deludente: parlavano solo di cibo, Gabin era fissato col parmigiano e lei, «patriotticamente», gliene regala «una bella porzione». Altri divi invece la attirano di più: Vittorio Gassman, di cui era «unilateralmente presa», in particolare per via dell'«occhio perso»; e poi Marcello Mastroianni, con cui recita in Ciao Rudy, commedia su Rodolfo Valentino al Sistina di Roma. Però a quell'epoca Ilaria Occhini ha già incontrato l'uomo della sua vita, lo scrittore Raffaele La Capria, il quale, «geloso» dell'attore, non amava le cene con la compagnia teatrale dopo lo spettacolo e «non gli piaceva la corte che tutte facevamo a Mastroianni». Quando La Capria vince lo Strega nel '61, la coppia è nel mirino dei paparazzi; dopo la nascita della figlia a Londra decidono di sposarsi: a Venezia, testimone di nozze Goffredo Parise, che arriva «con un mazzo di fiori talmente grande che lui, dietro, non si vedeva più».

Il successo al cinema arriva, paradossalmente, tardi: nel 2008 il Pardo d'oro al festival di Locarno per Mar Nero; poi il David di Donatello per Mine vaganti di Özpetek; la sua famosa bellezza, dice lei, è qualcosa di cui parla come «una borsetta, un foulard» che si porta appresso, «senza nessun vanto». È una donna riservata, che ama i suoi gatti, con cui dorme, e non troppo parlare di sé. È per questo, ci tiene a precisare, che una volta ha detto, di sé e del marito: «Dopotutto io sono un'aristocratica, lui un borghese».