Ron Howard: "Lauda-Hunt, film ad alto rischio"

Il regista Ron Howard racconta "Rush", la sua scommessa sulla F1: produzione indipendente e pericoli sul set

dal nostro inviato a Montecarlo

È che lo guardi e pensi ai giorni felici, agli Happy Days. È che lo incontri nella piazzetta di Montecarlo e gli parli e lui si volta, sorride e t'accorgi che manca solo il bancone di Arnold's e manca Fonzie e a proposito dov'è Fonzie? È che Richie Cunningham rappresenta per molti di noi spicchi di una vita che non tornerà più. Vita felice, vita da ore 19 e 10 sul Primo canale. È che quando lo intervisti confonde. Non sai mai se stai parlando con Richie o con Ron. Richie l'amico di Fonzie o Ron Howard il regista block buster due volte premio oscar e papà di Cocoon e Apollo 13 e A beautiful Mind e poi... E poi Rush, l'ultimo. La storia di Niki Lauda e James Hunt, l'affascinante e drammatico racconto di una stagione di F1 e di rivalità a trecento all'ora e fuoco e ustioni e incidenti e coraggio e paura.

Mr Howard, come l'è venuto in mente un film sulla F1?
«Ero a colazione con Peter Morgan (lo sceneggiatore, fra gli altri, di The Queen, ndr). Eravamo a Los Angeles e stavamo terminando Frost-Nixon. Gli domandai che fai? Toh, leggi, mi disse. Rimasi affascinato. Mi ritrovai coinvolto in una storia europea così diversa da quelle che il pubblico s'attende da me».

Che cosa l'ha intrigata?
«I due uomini. Niki Lauda e James Hunt. Due persone così diverse ma accomunate dalla folle corsa per raggiungere il livello più alto possibile. Due uomini in lotta con se stessi per rispondere alla domanda che lega tutto il film: quanto sei disposto a rischiare per raggiungere il tuo obiettivo?»

Però ha visto com'è ridotta oggi la F1? I piloti sono robottini controllati dai team, sono impiegati del rischio. All'epoca, era il '76, erano cavalieri del rischio.
«Erano gli anni di passaggio tra la fine dei '60 e l'inizio dei '70. C'era una incredibile voglia di competizione e di esprimersi senza rendere conto a nessuno. Si avvertiva nello sport, nel lavoro, nel cinema. Erano gli anni in cui Happy Days era lo show numero uno e ricordo il cambiamento in atto a Holly (Hollywood, ndr). Nessun produttore si sarebbe permesso di dire a Jack Nicholson come comportarsi. Non avrebbe osato. Nello spettacolo come nello sport si era diffusa una mentalità rock and roll, un fortissimo desiderio di competere. Dopo cambiò tutto. S'intensificò il business e gli attori come gli sportivi divennero più controllati. Degli amministratori delegati di se stessi».

Quali difficoltà ha incontrato nel raccontare la F1?
«Volevo che il mio Rush fosse il più immediato e onesto possibile. Però se non si vuole perdere il ritmo del racconto e dei dettagli, si devono fare delle concessioni alla fantasia. L'ho capito anni fa, guardando un paio di buoni film sul cinema a Holly. Raccontavano storie vere e c'erano scene con gli attori in ritardo e truccatori isterici... e ho pensato: “Ma questo in realtà non succede. Se fosse così non funzionerebbe. Come minimo l'attore si metterebbe a piangere o tirerebbe un pugno a qualcuno...“ Allora ho capito che queste concessioni aiutano a condensare e far decollare la storia».

Quindi delle scene sono state rese più forti?
«Alcune. Certe interviste di Niki e James, il tutto per drammatizzare la loro rivalità».

E le riprese delle auto in corsa?
«Molte monoposto sono state ricostruite fedelmente. In altri casi abbiamo usato quelle dei collezionisti. Le hanno pure guidate. Non mi sarei aspettato, alla fine, di avere così tante riprese di gara ricreate da noi e difficili da distinguere da quelle originali».

Rischi corsi?
«Solo un paio di volte qualche pilota si è fatto prendere la mano finendo in testacoda. Ma dopo aver terminato le riprese della gara del Fuji sotto la pioggia (momento clou della rivalità fra Lauda e Hunt) ho tirato un sospiro di sollievo. Siamo stati bravi... con tutte quelle auto che si sfioravano...».

E lei?
«Anche io. Finito in testacoda. Ma a film terminato».

Come l'è sembrata la F1?
«Mi ha ricordato la Nasa quando ci ho lavorato per Apollo 13. Tecnologia e innovazione mischiate a dramma e competizione».

Hunt è morto nel '93, ma Lauda è vivissimo. Puntiglioso com'è avrà controllato tutto...
«Non avrebbe potuto. Peter Morgan ha una regola: non vuole interferenze dei soggetti, altrimenti molla. Gli fa una sola promessa: magari ci sarà qualcosa che vi farà arrabbiare. E comunque Lauda era d'accordo. Anzi, sul set non ha avuto la pazienza di trascorrere un giorno completo. Però era sempre disponibile. Ricordo che Daniel Bruhl, che lo interpreta, lo chiamava spesso al telefono prima del ciak... “Mettevi i guanti prima del casco o viceversa?”, domande così...».

Come avete scelto gli attori?
«Peter conosceva Lauda e mi ha suggerito Daniel perché è molto vario nell'interpretazione. Quanto a Chris Hemsworth mi sono fidato di Kenneth Branagh. Perfetto: ha lo charme, la sensualità e l'appeal da surfista di Hunt».

Ma ne film c'è anche Clay Regazzoni, per cui…
«Per cui Pierfrancesco Favino. Ho lavorato con lui in Angeli e demoni. Quello di Clay non era un ruolo primario, gliel'ho chiesto come un favore. Ha dato molto al personaggio, è così preciso. E mi affascina come sa passare dai toni ironici a quelli drammatici. Un grande. Sono stato fortunato ad averlo con me».

Rush esce il 20 settembre, funzionerà?
«È la scommessa. Infatti è una produzione indipendente. Abbiamo raccolto fondi, c'è dietro gente che ci ha creduto innamorata dell'idea. In Europa funzionerà. Quanto agli Usa, la Universal lo distribuirà però non l'ha prodotto... Ma Holly è molto curiosa di scoprire se un film sulla F1 conquisterà l'America».