Leone e Clint Eastwood, eroi «pop» che hanno cambiato la storia del cinema

Esce «Cavalieri pallidi, cavalieri neri», che narra le loro mitiche gesta

Giancristiano Desiderio

Segnatevi queste tre date: 1964, 1965, 1966. Qui cambia tutto con la «trilogia del dollaro»: Sergio Leone gira Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo. Il regista italiano, forse il più grande di tutti, crea dal nulla, come solo un dio sa fare, un nuovo personaggio: lo straniero senza nome che ha gli occhi, il sigaro e il cappello di Clint Eastwood. Un attore americano che fino a quel momento non aveva detto nulla o quasi. Continuerà a non dire nulla, eppure dirà tutto.

In Andalusia, nel 1964, dove il film fu girato, quell'animale da cinema che era Leone «scolpì nel marmo della sua figura elegante e dinoccolata un personaggio cinematografico mai visto prima», una nuova maschera universale al cui confronto Marlon Brando e Jimmy Dean erano «lacché» dell'Actor's Studio e «idioti»del metodo Stanislavskij. Al grande Sergio stava bene, benissimo così: meglio che quello spilungone non sapesse veramente recitare, perché così era creta nelle sue mani. Gli mise un poncho sulle spalle, un mezzo toscano all'angolo delle labbra, il segno del serpente sul calcio della pistola, così Clint era perfetto per la parte del samurai americano, del cavaliere pallido.

E visto che avete segnato le date, ora prendete nota del titolo del libro: Cavalieri Pallidi Cavalieri Neri. Gesta e opinioni di Clint Eastwood, eroe pop (Milieu edizioni). Lo ha scritto Diego Gabutti, che usa la penna come l'ispettore Callaghan la 44 Magnum. Perché tutto cambiò? Fino a quel momento gli eroi erano buoni, altruisti, generosi, gentili, educati come gli sceriffi di John Ford, ma con l'entrata in scena di Clint Eastwood uscirono James Stewart e Gary Cooper e gli eroi divennero sporchi, ambigui, sarcastici, scontrosi, nichilisti, scorretti politicamente, conservatori, machisti. La definizione che si darà di quel genere sarà «spaghetti- western» e tale rimarrà ma era sballata. Perché Leone era un regista hollywoodiano e, quindi, internazionale: «Più modernista di Godard, più provocatorio di Guy Debord». Insomma, era un genio, nel senso che creava gusto, stile, bellezza e Per un pugno di dollari, un film che è fatto di niente se non di suono e silenzio, è prima di tutto «un'esperienza estetica». Tuttavia, quella definizione diventata classica ha in sé qualcosa di vero, lì dentro tra la polvere del deserto e il fuoco delle pallottole c'è qualcosa di italiano e Gabutti, che ha letto molto di più di quanto non abbia scritto, lo dice così: Clint nella seconda metà del XX secolo è stato «il prodotto di una straordinaria, irripetibile combinazione globale di quartieri popolari romani, film giappi di samurai ispirati ai gelidi pulp di Dashiell Hammett,Branca-branca-branca-leon-leon- leon, un po' d'ostentato miserabilismo neorealista, Er Più e I soliti ignoti, i fischi e i sonagli e i triccheballacche d'Ennio Moricone, il western sdolcinato e improbabile degli studios californiani, i serial televisivi da quattro soldi nei quali Eastwood, senza il poncho e il cigarillo, sarebbe presto affogato». Non affogò e cambiò il cinema. Da quel momento tutti si ispireranno a quella maschera: Michael Caine, Charles Bronson, perfino John Wayne con il Pistolero del 1976. Senza Leone e senza Eastwood non ci sarebbero stati piedipiatti a Beverly Hills, iene sul set di Quentin Tarantino, giustizieri delle notti americane e tanto, tanto altro. Purtroppo, ho finito le cartucce, l'articolo è giunto al capolinea e non resta che dirvi che il libro di Gabutti è un'enciclopedia della contemporaneità, bella come la Colt di Wyatt Earp, e se volete sapere chi siete, leggetela.