L'eroica guerra del Vietnam raccontata da Steinbeck

Luigi Mascheroni

La prima cosa che scrive John Steinbeck (1902-68) quando arriva in Vietnam, alla quarta riga del suo primo pezzo, è questa: «Si dice che non ci sia scemo peggiore di un vecchio scemo, ma quando vedo quei ragazzi dai capelli lunghi che contestano contro una vita che devono ancora vivere, mi pare che noi vecchi non siamo gli unici scemi». I suoi eroi erano i giovani americani che erano lì a combattere, i suoi nemici i figli dei fiori restati in America a manifestare.

Steinbeck non era un guerrafondaio, così come non fu mai un comunista. Politicamente era un democratico, sostenitore del New Deal. Ma quando ci fu da andare in guerra, ci andò. Nel senso che sull'intervento americano in Vietnam ebbe una posizione filo-governativa, patriottica e interventista. E nel senso che quando il suo amico Harry F. Guggenheim, fondatore del quotidiano Newsday, gli chiese di partire per il Sud-est asiatico come corrispondente di guerra, disse subito sì. Era il 1966, Steinbeck aveva 64 anni ed era già premio Nobel (vinto nel 1962). La conseguenza furono sei mesi dentro il conflitto, tra elicotteri e risaie, marce e combattimenti, dal dicembre '66 al maggio '67, tra Vietnam, Laos e Cambogia. Il risultato 58 articoli in forma di lettera, indirizzati ad Alicia, la moglie di Harry F. Guggenheim, morta da poco. Eccoli. Di fatto spariti dalla circolazione negli stessi Stati Uniti, sono ora pubblicati in Italia: John Steinbeck, Vietnam in guerra. Dispacci dal fronte (Leg, pagg. 288, euro 22).

Qualche anima bella, dopo aver letto i suoi pezzi, finirà col rivedere - sdegnato - il giudizio sul «grande» Steinbeck difensore dei diseredati, cantore dei losers. Mimetica, fucile ed elmetto, lo scrittore è spietato nell'attaccare i «cappelloni» rimasti a casa («Bisognerebbe dire loro che i loro eroi vietcong non rispettano le intenzioni pacifiche, ma bombardano gli ospedali e mettono le mine suol percorso delle ambulanze», articolo del 21 gennaio 1967), nel difendere i «ragazzi» che combattono accanto a lui (due suoi figli sono sotto le armi in quel momento), nel difendere le ragioni dell'appoggio del suo Paese al Vietnam del Sud...

Qualcuno dice che, una volta tornato a casa, Steinbeck abbaia cominciato ad avere dei dubbi. Forse sulla guerra, in generale. Ma non sulla sua America in guerra laggiù.